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Prendersi cura di se stessi

Le persone parlano degli attacchi di panico come se fossero mostri che arrivano da altri mondi. Invece, dipendono da noi stessi. Sono le nostre paure, sono i nostri sensi di colpa che, covati per tempo e mai alleggeriti, diventano quelle esplosioni di sintomi vari che turbano e disturbano la persona, facendola sentire sempre più in balia dell’ignoto. La buona novella è che possiamo cambiare queste situazioni. Basta volerlo e decidersi a prenderci cura di noi stessi.

Prendersi cura di sé: istruzioni per l’uso

Sempre più frequentemente mi capita di avere a che fare con persone che si lamentano degli attacchi di panico, dello stress e dell’ansia.
Possono avere varie forme e rientrano tutte nella stessa dinamica: difficoltà a prendersi cura di se stessi.
Che significa prendersi cura di sé e come si fa?

Prendersi cura di sé – Il caso di Antonietta

È quello che affrontiamo oggi con la storia della studentessa, che racconta di avere attacchi di panico prima delle verifiche e non sa spiegarsi come mai.
Lavorare con i giovani e fare life coaching con loro è una delle attività più gratificanti per me. Hanno quell’atteggiamento puro, anche quando sono spigolosi, e vedere i loro sguardi modificarsi durante gli incontri e diventare mano a mano più sorridenti e sereni appena capiscono che non sono tutti da buttare, come spesso essi stessi pensano, rincuora loro e gratifica me.
Antonietta è la studentessa di scuola superiore che arriva da me spinta dalla madre che non sa più come supportare e forse anche sopportare la figlia che ad ogni verifica, scritta ed orale, ha attacchi di panico.
È proprio Antonietta a raccontarmi di come si manifestano ed è proprio lei a manifestare la sua incredulità, perché ha compreso che arrivano solo sotto verifica.

Non in altri giorni, quando le verifiche non ci sono. Non sopraggiungono quando litiga con i genitori o il fratello, piuttosto che le amiche. E neanche quando aveva le partite dello sport praticato, quando ancora si poteva giocare, prima dello stop dettato dall’emergenza sanitaria.
Ridendo ammette lei stessa che sono attacchi che definisce “intelligenti”, nel senso che si palesano al momento opportuno e non a caso. Proprio e solo … quando servono.

 

Cosa fare per se stessi quando l’ansia divora

Così, ridendo, iniziamo a valutare spiritosamente e con leggerezza lo strano comportamento dei suoi attacchi di panico e la loro misteriosa intelligenza selettiva ed acutissima nello scegliere i momenti appropriati per apparire.
Antonietta, ragazza sagace divertente, un po’ ride ed a volte si fa seria. Ogni tanto colgo il dubbio nello sguardo della diciassettenne, che riflette sulle strane coincidenze che le capitano in coincidenza delle verifiche.
La ragazza è sveglia e birichina. Ha intuito che qualcosa dipende da lei, ma non si orienta nel tumulto delle emozioni che la colgono durante l’incontro e che rispecchiano le incertezze ed i dubbi degli adolescenti.

“Sarò adeguata? Dipenderà da me o dal professore troppo severo?”

Tante considerazioni e tanti ragionamenti per renderla consapevole di quale sia la sua dinamica e di come in lei si innesca il meccanismo degli attacchi di panico.
Fino a quando scoppia in una fragorosa risata. Ha capito.

 

Lavorare sulla consapevolezza – Come prendersi cura di se stessi

Inizia a prendere in giro se stessa ed inizia a raccontare i possibili scenari di come possono formarsi e poi esplodere questi attacchi.
Così racconta con una storia fantastica ed immaginaria, dimostrando peraltro grande attitudine all’umorismo, di cosa e di come accade in lei, ciò che appare come attacco di panico.
Ed è sulla consapevolezza acquisita di come lei stessa funziona che, ridendo, mi saluta dicendo che ora deve andare, perché ha capito cosa deve modificare e non vede l’ora di iniziare, anche perché ha tanto lavoro da fare ora.

Se anche tu hai attacchi di panico o ti senti vittima dell’ansia o di stress eccessivo, sappi che sono situazioni modificabili. Dipende da te. Se decidi che è giunta l’ora di prenderti cura di te, raccontami la tua situazione scrivendo a info@lauramarinelli.it e vediamo cosa fare.
Altrimenti continua a lamentarti e quando avrai capito che le persone intorno a te sono stanche di sentirti lamentare e ti stanno anche evitando, allora ricordati di questo articolo e decidi se è ora di fare qualcosa per te, oltre che piangerti addosso.

Investire su se stessi - Life coaching

Hai dubbi su di te e sui tuoi comportamenti? Pensi di non essere adeguato in alcune situazioni della tua vita? Vorresti modificare qualcosa, ma non sai da dove iniziare? La buona notizia c’è ed è che basta iniziare, perché poi tutto si modifica a seguire dal piccolo cambiamento. Leggi questo articolo e troverai spunti di riflessione sul perchè è così importante investire su se stessi.

Investire su se stessi: da dove si parte?

Questo articolo racconta la storia di una donna manager, bella, di mezza età. Chiede di essere supportata sul lavoro, dove le relazioni con il suo dirigente e con i suoi collaboratori presentano alcune spigolature. Strada facendo, dopo aver risolto i temi business, arriviamo alle questioni life: quanto voglio spendermi nel lavoro e quanto voglio annullarmi per gli altri.

Il nome di fantasia per raccontare questa storia è Nora. È una donna molto spigliata, brillante, simpatica e bella. Non diresti proprio che possa aver bisogno d’aiuto.

Nora crede che le frequenti difficoltà che incontra nelle relazioni professionali potrebbero essere dovute ad un suo modo disfunzionale di interagire.

 

Il percorso di business coaching di Nora

Racconta di come vive le sue giornate lavorative tra la pressione del suo responsabile, con cui ogni giorno si confronta, ed il dover far lavorare i collaboratori nella direzione che l’azienda definisce ogni giorno.

Alterniamo le nostre sessioni tra questi due temi: relazione con il superiore e relazione con i diversi dipendenti.

Ogni sessione Nora acquisisce più fiducia in queste persone e più serenità, finché un giorno arriva e sbotta.

È arrabbiatissima. È nervosa. Urla. In questo stato d’animo di dolore e sofferenza, esplode dicendo che non ce la fa più. Tutti i suoi tentativi e tutte le energie che ha impiegato nel ricercare, analizzare e studiare nuovi approcci e nuove modi di interagire con queste persone, non sono stati vani, ma ha deciso che cambia rotta.

 

Il cambio di rotta: il life coaching

È dispiaciuta Nora. È delusa, è infastidita, è seccata ed irritata.  Il continuo reiterare di alcuni comportamenti del superiore ed anche dei sottoposti, la fanno sentire poco riconosciuta.

Questa volta però Nora non subisce la situazione, anzi reagisce. Decide che vuole investire su di lei e che ogni sessione di coaching futura sarà su di lei e non più su queste altre persone, che pur fanno parte delle sue giornate.

È bello vedere la tenacia e l’energia che trasudano dalla voce, dalla gola, dalle mani mentre dichiara le sue intenzioni.

Si parte col life coaching!

Ed è così che il percorso di business coaching, per sua stessa richiesta diventa di life coaching. La volontà di Nora che esprime in modo chiaro e trasparente è quello ora di dedicarsi a se stessa e lo afferma in modo così netto con pochissime parole “Ricomincio da me!”, da non lasciare adito a dubbi o tentennamenti.

Si è impegnata, Nora, a fare in modo che lei stessa potesse modificare le relazioni con gli altri soggetti all’inizio del percorso. Poi ha pensato che il suo impegno potesse essere sufficiente a spronare gli altri. Infine, dopo tanti tentativi Nora capisce che quella strada non funziona e, coraggiosamente, cambia strada.

Invece di porsi tante domande da dove iniziare, dichiara che vuole lavorare su di sé. Questo sì che è un investimento certamente produttivo!

E poi, tieni presente che l’essere umano non è a compartimenti stagni: in un modo sul lavoro ed un altro a casa. Siamo come siamo. E quando miglioriamo in un’area, qualunque essa sia, il beneficio si irradia in un tutta la nostra vita, a pioggia, come in un effetto domino.

Se ti riconosci in questa situazione o se sai che tuoi amici o conoscenti possono essere in una situazione simile, ora sai che ci si può lavorare con l’aiuto di un coach.

E se vuoi confrontarti con me, scrivi a info@lauramarinelli.it. Ti leggerò con attenzione e curiosità!

Come scrivere il cv

Studiamo argomenti complicatissimi e riusciamo a laurearci a pieni voti. Poi ci fermiamo di fronte alla prima attività utile alla ricerca di lavoro: scrivere il proprio cv. Sembra facile, ma ha un contenuto ed una struttura tecnica, con una parvenza molto discorsiva. Se sei in questa situazione o sai di amici o parenti che sono vicini alla redazione del cv, leggi questo articolo e saprai come aiutare le persone a te care.

 

Uno stato depotenziato: il momento post lauream

Chiameremo Franca la neo ingegnere nucleare che mi contatta per chiedere aiuto sulla scrittura del curriculum vitae.
È fresca di nomina a dottoressa e dovrebbe essere contenta e soddisfatta sia per il traguardo raggiunto sia per il risultato ottenuto: il massimo di voti.
Eppure Franca non è poi così soddisfatta. O meglio, lo è per ciò che ha già raggiunto, ma non sprizza euforia e felicità. Sembra non apprezzare in pieno, il senso e l’eccellenza di quanto fatto fino ad ora.

Quando le chiedo spiegazione di questo stato depotenziato, dopo essermi congratulata con lei per i risultati ottenuti, ammette che non è contenta.
Non si aspettava di essere messa in scacco, a laurea conseguita, dal primo impegno che avrebbe affrontato. Eppure sembra anche un’attività semplice, forse perfino banale se confrontata con la sofisticazione degli argomenti studiati durante l’università.

Racconta del suo stato d’animo con pochissima chiarezza. Usa affermazioni generiche, non sa che dire in fondo ed usa quel modo di conversare in cui ci giri intorno senza arrivare al punto, tipico di quando non sappiamo o non vogliamo dire.

Insisto e continuo a chiedere, ma Franca è abile a tergiversare senza focalizzare la questione.
Riprendo quello che sta diventando quasi un interrogatorio, visto che non capisco come si possa essere insoddisfatti con risultati cosi ricchi di successo, e finalmente Franca arriva al punto.

L’insoddisfazione e lo stop: la fatica di scrivere il curriculum

È proprio insoddisfatta. Mi dice che dopo avere studiato tanto, argomenti e formule complicatissimi su aree tematiche vaste ed interconnesse, non si aspettava proprio lo stop che le impone quella che, rispetto al suo percorso di laurea, sembra essere un’attività semplice: scrivere il curriculum.

Eppure Franca ha provato da sola più volte. Ha metodo, acquisito durante gli studi, per cui ha fatto ricerca e si è informata. Ha letto diversi manuali on-line per approfondire l’argomento, ma i risultati che ha raggiunto non la soddisfano. E ciò che le piace ancor meno è che non riesce a capire perché le varie versioni non le vanno a genio. Nessuna.

È piena di dubbi, di domande sia generiche sull’impostazione del lavoro, sia specifiche su singoli dettagli. Non le è chiaro perché non è soddisfatta ed è per questo che chiede aiuto.

 

Lavoriamo insieme sulla stesura del curriculum

Ci incontriamo e lavoriamo a stretto contatto ragionando e revisionando il contenuto più volte e finalmente Franca è contenta.
Si sente appagata, ora che vede che la sua presentazione personale la rispecchia sia graficamente sia per contenuti. Si rende conto che i dubbi affrontati l’hanno condotta su un binario di ragionamento che è completamente diverso da quello teorico accademico con cui l’aveva approcciato nella prima fase.

Abbiamo ragionato più e più volte sull’obiettivo del cv; sul come comporlo, sul cosa deve ed anche sul cosa non deve contenere. Abbiamo parlato di stili di comunicazione, di scelta dei font e dei caratteri, della lunghezza dei messaggi, di modelli di cv e di cosa vuol sapere chi legge.

Sorride Franca e sorride anche con gli occhi, oltre che con le labbra, quando dichiara che finalmente ha capito.
Ha messo a sistema il metodo ed alcune competenze che l’università le ha insegnato, con la sua stessa essenza, che in uno strumento così operativo come il curriculum vitae deve apparire.

 

Il curriculum: la fusione di persona e professionista

È proprio soddisfatta perché sente che ora è arrivata a quella definizione che la rispecchia non solo come persona, ma anche come professionista. E questo in un cv è davvero importante.

Il lavoro certosino di riflessione, di stesura, di sintesi, di rifinitura l’ha portata al risultato che avrebbe voluto: una presentazione sintetica, ma di spessore, da cui trapela la metodologia, l’ambizione professionale insieme ai sogni ed ai desideri di ciò che vuole diventare, proprio grazie al lavoro.

È ironica Franca quando commenta il lavoro fatto. Si prende anche un po’ in giro per la sua difficoltà ad orientarsi in uno strumento che ha una finalità ed una struttura tecnica, ma che appare non tecnico, anzi discorsivo. È ancora ironica quando ammette di aver tentato di ingegnerizzare il cv, quando infine si è resa conto che questo è uno strumento comunicativo sulla persona più che sulle competenze tecniche.

 

Il curriculum: chi sei e cosa puoi fare

Alla fine del percorso Franca riconosce che la doppia anima ingegneristica e quella umana si sono fuse in modo armonioso, così da comunicare in poche parole chi sei, cosa vuoi diventare e cosa puoi fare per l’azienda a cui ti stai proponendo.

Ride ancora pensando a quanto le è stato difficile all’inizio allontanarsi dall’impostazione accademica per raccontare se stessa.

Tutto questo sembra facile, ma non lo è e tutti abbiamo provato la difficoltà del sentirsi nel vestito giusto, né troppo stretto né troppo largo.

Se hai persone a te vicine, dai neo laureati alla prima stesura ai senior che vogliono riconfigurarsi professionalmente, che vogliono confrontarsi sui dubbi, dì loro di contattarmi scrivendo a info@lauramarinelli.it e ragioneremo insieme sul come organizzare e scrivere il cv.

A cosa serve il talento

Faccio tante cose che mi piacciono, ma come faccio a capire quali sono i miei talenti naturali?
Soddisfazione e insoddisfazione sul lavoro.
È sufficiente questa distinzione per capire per quali attività ho un talento naturale?
Più facile capire quando si è insoddisfatti, ma la soddisfazione come la rilevi? Ed è sufficiente per poter parlare di talento?
Se senti che potrebbe esserti utile qualche indicazioni, allora leggi l’articolo a seguire, storia vera di una professionista che in qualche modo già conosci un po’.

Questa di oggi è la storia vera. Mia. Quindi non adotterò nomi di fantasia, perché non ho bisogno di autorizzazione per poter raccontare di me stessa e non ledo la privacy di nessuno.

La riflessione non è partita da me, ma da alcune persone che ho seguito e che mi hanno posto la seguente domanda:

“Come si fa a capire quando stai usando il tuo vero talento?”.

Per cercare le parole giuste, semplici, ma esplicative, che aiutino le persone ad orientarsi in questi stati d’animo complessi e sottili, ho iniziato a pensare a me stessa, alla mia storia, alle esperienze di vita vissuta e a come io stessa ho rilevato ed interpretato i diversi messaggi che coglievo nelle occasioni di vita sperimentate negli anni.

Quando si può parlare di talento?

La prima osservazione è che per parlare di talento dobbiamo essere nell’area della soddisfazione. Le neuroscienze hanno confermato che l’essere umano memorizza maggiormente gli stati emotivi negativi, cioè quelli legati al dolore e alla tristezza, rispetto a quelli di gioia e di positività. Questo perché il cervello umano è programmato per la sopravvivenza, e per questo obiettivo il dolore e la tristezza devono essere rilevati e valutati con attenzione. Il cervello umano non è programmato per la felicità, al cui fine sono invece utili la gioia e la positività. Quindi ci rimangono più impresse le situazioni che ci creano disagio o dolore, rispetto a quelle che ci danno gioia.

Bene, messa la prima pietra sul funzionamento del cervello a proposito degli stati emotivi, scatta la seconda domanda:

“Come ho fatto io a capire la mia vera attitudine? Come ho fatto ad avere certezza che un’attività fosse quella di vera e grande soddisfazione per me, molto più di altre?”.

 

Qual è la mia vera attitudine?

Ci ho pensato parecchio ed ho cercato di ricordare le tante occasioni di insoddisfazione o, peggio ancora, di dolore vissute ed ho fatto notevole fatica a ricordare quelle positive che con il tempo, si ammorbidiscono, si offuscano ed entrano in quello stato di oblio in cui ci sfuggono i contorni, i dettagli, i passaggi ed i significati.

Pensa e ripensa, ho trovato una prima chiave di lettura che ho verificato con alcune persone e su cui mi sento di poter tirare la conclusione: il dubbio è già una certezza!

Che significa? Quando siamo in dubbio, in realtà siamo già certi che qualcosa non ci piace, ma, non sapendo indicare cosa, rimaniamo nel dubbio. Peccato che non funziona così nel caso contrario, cioè se sei soddisfatto non sei in dubbio. E’ per questo che il dubbio è una certezza. E’ la certezza che qualcosa, non meglio identificato, non ti soddisfa, non ti piace.

Non sapere identificare il cosa non deve sminuire la portata del significato del dubbio. Ricorda che quando sei in dubbio è il tuo cervello istintivo che parla e che ti dice “Qualcosa non va!”. Il fatto che tu non sia in grado di identificare il “cosa”, significa che il tuo cervello razionale non ha trovato ancora la risposta. Tra il cervello istintivo e quello razionale il più potente ed il più veloce nel trarre conclusioni è … quello istintivo, perché è deputato alla sopravvivenza che,  in alcune occasioni, si gioca sul millisecondo!

Allora, definito che per parlare di talento devi essere soddisfatto, possiamo dire che tutte le situazioni che viviamo e che ci danno soddisfazione sono termometri dei nostri talenti? No. Non è sufficiente.

 

Il talento lo rilevi solo in alcune situazioni speciali

Il talento lo rilevi solo in alcune situazioni speciali. Nel gergo tecnico del coaching, si dice che sei nell’area del talento quando sei in stato di “flow”.

Il flow è uno stato d’animo particolare. È soddisfazione. Non solo. È appagamento. Non solo. È gioia. Non solo. È connessione con l’Universo. Non solo. È raggiungere il significato che tu dai alla tua vita. Tutto questo contemporaneamente nella stessa situazione.

Ti chiederai: è possibile?

Sì. Io raggiungo il mio stato di flow al termine delle sessioni di coaching. Sono così soddisfatta, appagata, contenta e gratificata dai commenti e dai sorrisi delle persone che seguo, che non trovo pari soddisfazione in nessun’altra situazione professionale.

Per me lo stato di flow non arriva così intenso quando ho un incontro in un’azienda prestigiosa o quando incontro un personaggio importante e socialmente molto riconoscibile. In queste situazioni sono certamente soddisfatta, ma non sono in stato di flow.

È solo dall’insieme di tutti gli elementi descritti, in primis la soddisfazione delle persone che si affidano a me ed i loro sorrisi quando capiscono come modificare qualcosa della loro vita, che arrivo alla definizione profonda del significato della mia vita.

È qui l’area della mia potenzialità più alta: l’umanità, che trova la sua massima espressione nelle sessioni di coaching, quando affianchi una persona nel suo percorso di crescita.

 

Qual è il tuo talento?

E tu, sai quale sia l’area del tuo massimo talento? Ti è stato utile questo articolo per individuare il tuo stato di flow? Mi farà piacere leggere il tuo commento e se vuoi scoprire le tue potenzialità, scrivimi a info@lauramarinelli.it e ci lavoriamo insieme.

Tieni presente che operare nell’ambito delle tue virtù è il miglior modo per armonizzare l’equilibrio tra vita personale e professionale. Vale a dire che significa … andar via con un filo di gas!

Sentirsi emarginati in famiglia

Cosa accade in noi quando viviamo un’esclusione? Ci chiudiamo in noi stessi o troviamo la forza per reagire? Quanto facciamo cadere su di noi la colpa di ciò che accade e quanto siamo oggettivi nel valutare le responsabilità di ognuno? Ed infine, come ne usciamo?

Questa volta ti racconto la storia di Antonietta. È sposata da diversi anni con un uomo di cui è innamorata. È una donna di mezza età, hanno avuto due figli e la coppia è ben salda.

Sentirsi emarginati in famiglia

Qualcosa nella vita di Antonietta non va come lei vorrebbe. Si sente esclusa dalla famiglia del marito. Racconta che la suocera la fa sentire marginale, come una persona la cui opinione non solo non è importante, ma a cui dare così poco peso da non essere neanche presa in esame.

Non va meglio neanche con le cognate, le sorelle del marito, dalle quali riceve un messaggio molto simile di scarsa considerazione, nonostante un’età ed una cultura molto più simile alla sua.

Antonietta ha avuto diversi successi professionali: è stato ed è attualmente Responsabile delle Risorse Umane di importanti aziende nazionali ed internazionali; ha una bella famiglia solida ed unita; ha uno splendido rapporto con il coniuge, anche se il tarlo di un ridotto apprezzamento da parte di questo entourage familiare le dispiace e qualche volta crea frizioni con il coniuge.

È una donna molto attenta ed intuisce che i piccoli screzi vanno analizzati, pesati e considerati, ben prima che diventino voragini. È una delle poche persone che chiede aiuto quando le cose funzionano abbastanza bene, anche se non splendidamente. In genere le persone chiedono aiuto quando il dramma … è già scoppiato!

Antonietta piange quando arriva a dire che lei non chiede facilmente aiuto e se lo fa, è proprio perché non regge più la situazione. Ha avuto difficoltà ad ammettere a se stessa, che si sente ferita molto intimamente dall’atteggiamento dei suoi familiari, lei che professionalmente riceve invece tanti messaggi positivi di valore – alto – di considerazione e di stima, da tante persone diverse e di ruoli, anche apicali.

Il dolore della solitudine in famiglia

È profondamente triste quando arriva a sentire il suo dolore, così intimo, così profondo, così poco conosciuto. È un dolore tutto suo, vissuto nella solitudine, visto che non vuole parlarne al marito, per non farlo sentire in difficoltà. Non ne parla neanche con le amiche, perché intuisce che forse non saprebbero come supportarla, lei che è una persona esigente e molto attenta e per questo, non facile da essere affiancata.

È da questa profonda tristezza, toccata e poi ammessa, che inizia la risalita.

Il percorso di consapevolezza di Antonietta

Antonietta inizia a riconsiderare atteggiamenti, comportamenti, frasi e stati emotivi sia suoi sia delle cognate e della suocera. Aumenta la consapevolezza su alcune dinamiche che stavano accadendo nella sua famiglia.

Intuisce che con le cognate ci possono essere più confronti, non solo quello professionale, e così con la suocera, con cui ci possono essere più livelli di paragone, sia da parte della suocera sia da parte sua e questo vale anche per il coniuge.

Iniziamo a lavorare sul suo percorso di consapevolezza sui diversi aspetti che entrano in gioco in questa situazione.

È la stessa Antonietta a sintetizzare cosa è accaduto e mi dice:

“Non è smesso di piovere. Ho capito che devo aprire l’ombrello quando piove, perché la pioggia … io non la governo!”

Se anche tu ti senti escluso dalla tua famiglia, o magari dai colleghi, o forse dagli amici e vuoi cambiare marcia, contattami scrivendo a info@lauramarinelli.it e valutiamo un percorso di evoluzione calibrato sul contesto che tu stai vivendo.

Senso di inadeguatezza al lavoro

Cosa scatta nella nostra testa quando riceviamo più e più rimproveri? Quando il capo ci continua a dire che non abbiamo portato i risultati voluti o che non abbiamo fatto quello che lui si aspettava, che accade dentro di noi? Chi sbaglia: noi o il responsabile? A chi tocca fare la prima mossa? E quale mossa fare? Se anche tu ti sei trovato in questa situazione, questo articolo ti può fornire i consigli giusti.

 

Perdere di vista il proprio ruolo professionale

Federico è un manager di un’azienda di servizi. È un responsabile di medio livello, cioè gestisce alcuni dipendenti e risponde del suo operato ad un responsabile di grado più alto del suo, che è arrivato da poco nella sua azienda. Ha un modo di lavorare molto diverso da quello che Federico conosce ed inizia a pressare Federico e la sua struttura con obiettivi numerici, con nuovi strumenti e con dichiarazioni che Federico fa fatica a comprendere ed anche a condividere.

Hanno continue riunioni, ma non riescono a trovare un filo comune di pensiero e di dialogo e Federico non riesce più a capire chi è e cosa deve fare.
Eppure ne ha di esperienza Federico: è nella stessa azienda e nello stesso ruolo da più di quattro anni, ma questo nuovo manager non riesce proprio a capirlo.
Cosa vuole da lui? Cosa deve fare? Cosa vuole che faccia anche nei confronti delle altre persone del gruppo?
Federico, pur cercando di chiarirsi le idee con il responsabile, non ci riesce ed entra così profondamente in crisi da dichiarare:

“Non so più chi sono professionalmente. Che devo fare?”

 

Sentirsi continuamente inadeguati

Il mutamento improvviso dello stile di lavoro e del linguaggio del nuovo manager lo disorienta così tanto e così profondamente, che Federico crolla emotivamente sulla dichiarazione della sua frase e scoppia perfino a piangere. È distrutto. Non a torto, visto che il sentirsi continuamente inadeguati, porta a sentirsi prima sbagliati e poi addirittura inutili.

La crisi professionale può minare l’identità della persona. Parte il dialogo interno che è del tipo “non vado bene” oppure “ho sbagliato anche questa volta” e che lentamente, un po’ per volta, sgretola la sicurezza della persona. Il pensiero ci guida in comportamenti ed atteggiamenti che possono essere funzionali o disfunzionali a seconda che sia positivo o negativo e per Federico è partita l’onda nera!

Federico si chiede cosa può fare o dire per cambiare in qualche modo la situazione e non sa proprio come affrontare questa situazione, complicata dal clima teso e nervoso che si è instaurato tra lui ed il suo manager.

Ri-analizziamo insieme le conversazioni. Ragioniamo sui diversi ruoli che hanno e sulle aspettative di ognuno. Federico prende in considerazione diverse alternative, allenandosi al cosa e come parlare al suo manager e ristruttura anche il suo modo di procedere nel lavoro, re-interpretando i messaggi che il manager gli manda.

 

La fiducia in se stessi: il raggio di sole

Ed arriva il raggio di sole! Federico torna ad avere fiducia in se stesso quando inizia a capire che lo scontro tra lui ed il responsabile era dettato più dall’incomprensione verbale e non da un giudizio negativo sulla sua persona. Iniziano perfino a capirsi, ora, quando parlano ed il manager arriva a  dichiarargli che ha fiducia in lui.

Federico avrebbe tanto desiderato non doversi accollare lui l’onere della prima mossa, ma capisce che non è importante chi parte per primo. È importante che qualcuno inizi a modificare qualcosa, perché i piccoli cambiamenti in noi, generano a cascata cambiamenti negli altri e questo vale anche nelle relazioni umane.

Se stai vivendo anche tu una situazione simile e vuoi migliorare il tuo modo di relazionarti e di comunicare, scrivimi a info@lauramarinelli.it e valuteremo insieme un percorso di crescita personalizzato su di te!

Come gestire un incarico nuovo

Cosa significa ruolo manageriale? Come reagisci ad un nuovo incarico? Come ti organizzi se ti affidano un ruolo manageriale e non sai cosa significa? Ti fai prendere dalla paura o la sfida ti sprona a fare? E cosa fai? In quale direzione e nei confronti di chi?

Quando ci danno un incarico nuovo senza troppe spiegazioni, il sentimento che potrebbe prevalere nell’immediatezza potrebbe essere:

  • la paura di non essere in grado;
  • il dubbio di deludere le aspettative altrui;
  • la conseguente delusione e senso di frustrazione che arriva direttamente a noi stessi.

Tutto questo ci blocca e ci conduce ad uno stato di confusione mentale, che non aiuta a trovare la strada. Se ti riconosci in questa situazione, leggi questo articolo che ti può dare qualche utile suggerimento.

 

Gestire un incarico nuovo: se il predecessore dichiara forfait

Liliana è una donna di mezza età, responsabile commerciale di una filiale di una delle agenzie di lavoro interinali più importanti d’Italia. È una donna brillante, molto sorridente, sprizza simpatia da tutti i pori. Ha la battuta sempre pronta, Liliana, battute che accompagna con fragorose risate che ti si attaccano addosso, mettendo il buonumore. Insomma è quel tipo di persona che definiamo piacevole e spassosa, che ha anche idee chiare, un’interessante capacità di analisi delle situazioni ed ottimo problem solving.

Caratteristiche che aiutano nella progressione di carriera ed infatti questo avviene, anche se con modalità di difficile interpretazione per Liliana.

Un giorno, infatti, il suo nuovo responsabile con funzione di Area Manager, le fa una telefonata di cui lei non riesce a capire il senso e che la mette in un forte stato di disorientamento e frustrazione. Dopo tante conversazioni al telefono e riunioni, in cui ha messo lei ed i suoi colleghi sotto pressione, perché gli obiettivi numerici non vengono raggiunti, perché li vede spenti e demotivati, non sorridono più e non rispondono neanche più alle sue sollecitazioni, il manager le dice che, avendo realizzato che lui non è riuscito nel suo ruolo manageriale, chiede a lei di assumerlo al suo posto ed affida a lei il compito in cui lui ha fallito, cioè:

  • motivare la struttura;
  • creare un clima aziendale diverso, collaborativo e di condivisione, che porti nel tempo a quegli obiettivi numerici, al momento così lontani.

 

Dubitare di essere all’altezza: perchè?

Liliana è confusa. Non capisce il senso della definizione di ruolo manageriale e quindi dubita fortemente di poter essere in grado, lei, di risolvere la situazione dove lui è mancato. Le tornano in mente in un istante i tanti scontri verbali avuti con lui, che ha una visione e valori molto diversi dai suoi, addirittura opposti.

Si sente arrabbiata, molto arrabbiata ora e per di più fregata.
È delusa dal fatto che tutti gli scontri avuti con lui non lo hanno fatto cambiare visione, né comprendere le motivazioni della diversità delle opinioni; ed ora ricade su di lei l’onere di risolvere la situazione che lui stesso ha creato e che è drammatica: i colleghi con cui c’era un clima fortemente collaborativo sono ora uno contro l’altro, ognuno è teso a difendere se stesso ed ognuno rema per proprio conto senza avere più la direzione comune.

Non riesce a pensare ad altro che alle arrabbiature e non riesce a sentire altro, oltre il senso di impotenza che la pervade.
Che faccio? Che posso fare? Come posso riuscire in ciò dove lui ha sbagliato e che ha anche contribuito a generare?

 

Il senso della delega

Un po’ per volta Liliana riprende il controllo della situazione, analizzando e re-interpretando alcune situazioni, rivedendo con altri occhi alcuni passaggi e dando significato nuovo ad alcuni termini, non spiegati, che il suo responsabile ha usato con lei.
Comprende alcuni significati che non le sono così chiari. Comprende che il responsabile ha dichiarato a lei il proprio fallimento e che conta su di lei per risanare la situazione.

Non era chiaro questo nella mente di Liliana, bloccata dall’arrabbiatura e mano a mano che l’arrabbiatura si dissolve, lascia spazio alla riflessione ed apprezza il senso della delega.

Di fatto è il massimo riconoscimento che arriva dal suo responsabile nei suoi confronti e questo la spinge a riflettere fino ad identificare un piano di lavoro che la porta ad operare in tre diverse direzioni:

  1. il gruppo dei collaboratori;
  2. il suo responsabile;
  3. se stessa.

E finalmente … i risultati arrivano! In una prima fase come miglioramento del clima aziendale e poi anche degli obiettivi numerici che l’azienda chiede.

Se ti sei rivisto in questa situazione e desideri intraprendere un percorso di consapevolezza su questi temi del business coaching, è possibile contattarmi via email scrivendo a info@lauramarinelli.it.

Come gestire il cliente che fa come vuole

Come puoi riuscire a farti ascoltare e seguire dal cliente, che prima dice una cosa e poi ne fa un’altra?
Come fare quando ti dimostra fiducia e poi fa come vuole?
Come ti senti quando ti dice che seguirà il tuo consiglio, ma poi fa l’opposto, arrecando danno a se stesso?
Vale la pena di continuare con questo cliente o è meglio abbandonarlo al suo destino?
E poi, chi sbaglia: lui od io? E chi cambia e cosa?

 

Tu sei serio e il tuo cliente sembra non esserlo…

Saverio è un consulente finanziario, che mi chiede aiuto per la situazione appena descritta. Per fare un esempio tratto dalla sua quotidianità:

Dico al cliente di non vendere in questo momento i suoi titoli. Mi dice di sì e poi vende…

Saverio è in crisi… Lui che è una persona molto seria, etica e professionale, che fa tutto ciò che è meglio per il suo cliente o potenziale. Eppure ha un potenziale cliente, che in diverse visite gli ha detto che avrebbe seguito il suo consiglio e poi ha fatto l’opposto.

Ciò che mette fortemente in crisi Saverio è che il potenziale cliente continua a riceverlo, gli dimostra interesse e poi fa di testa sua.
Saverio non capisce perché accade questo. È demoralizzato Saverio. Si sente preso in giro e non capisce neanche lui come comportarsi e come correggere il tiro. Vuole verificare se c’è qualcosa che può fare lui o se deve mollare la presa ed abbandonare il potenziale cliente.

 

Quando provi a mollare, lui ti cerca

È proprio in crisi e non riesce a capacitarsi del perché alcuni clienti sono molto sereni e seguono le sue indicazioni senza batter ciglio, mentre con questa persona sembra non esserci via d’uscita. E ciò che lo stupisce ancor più è che il potenziale cliente vuole incontrarlo quando Saverio prova a interrompere il rapporto. Quindi lo vuole proprio vedere e poi fa come vuole.

La consulenza di Saverio è sofisticata, muovendosi tra investimenti, acquisti e vendite di beni mobili e immobili, oscillazioni di titoli in borse valori anche internazionali, valutazioni degli impatti fiscali sulle diverse alternative, successioni e aspettative dei clienti. Il settore in cui opera è molto tecnico e lui sa di essere molto preparato. Le conferme, molto positive, arrivano da diversi soggetti, eppure, ogni tanto, appare il cliente che ti dice “Sì” e poi fa l’opposto, pur sapendo che questo agire crea danno economico a se stesso.

Saverio è scoraggiato e si chiede perché questo cliente si comporti in questo modo ogni volta e non sa veramente più che fare. Inizia perfino a pensare se non sia lui ad essere sbagliato da qualche parte.

 

Il nostro percorso di consapevolezza verso il miglioramento della leadership

Mi racconta i dettagli di alcuni incontri avuti con la stessa persona e ci concentriamo solo su questo caso, preparando Saverio a prendere il prossimo appuntamento al telefono e a come gestire l’incontro in presenza.

Sono molteplici le considerazioni e gli allenamenti da fare. All’inizio Saverio è così scoraggiato e senza speranza che sembra credere poco che ci possa essere qualcosa di diverso da fare. Eppure si impegna, si confronta, facciamo simulazioni, correggiamo gli errori. Andiamo avanti per un po’, finché arriva la svolta!

 

La luce della fiducia in se stesso

Improvvisamente si illuminano gli occhi di Saverio. La luce, potente, della fiducia, del sorriso e del coraggio è arrivata sullo sguardo di Saverio e da lì in poi, dimostra di avere capito quali errori stava facendo. È con la frase:

“Ho capito come funziona!”

che sottolinea a voce di essere giunto al punto focale su cui stavamo lavorando.

 

Dove nasceva il contrasto relazionale?

Capisce infatti che il suo modo di essere cozza con il profilo della personalità di questa persona, che Saverio vuole far diventare suo cliente. Comprende che il modo di parlare e lo stile di relazione che crea con il suo interlocutore appare debole e poco convincente ad un interlocutore che ha un profilo deciso e determinato. Saverio si impegna negli esercizi di allenamento che facciamo e nel suo volto appare il sorriso ed anche quella luce potente e particolare di chi ha accettato la sfida, che lo diverte ora e lo porta al bellissimo risultato che aspettava da tempo.

È così che Saverio è pronto per affrontare in modo diverso la stessa sfida con un’altra persona. Prende l’appuntamento e incontra il nuovo potenziale cliente, forte dei nuovi strumenti che porta con sé, ora, in ogni incontro. Ed ha successo e mi dice:

“Era pure facile, sapendo come farlo!”

Lasciare l'azienda di famiglia

Cosa accade quando due generazioni si confrontano su questioni importanti come il futuro dei giovani e quello delle aziende familiari costruite dai genitori oppure della sopravvivenza stessa delle aziende?

Lasciare l’azienda ai figli: le paure

Il titolo non è messo lì a caso. È proprio la dichiarazione che mi ha fatto Lucio, fondatore di un’impresa oggi di successo, e che per arrivare a questa situazione ha avuto tante traversie e difficoltà.
È un uomo che si è fatto da solo, con i genitori e gli amici che, da giovane quando ha fondato la sua azienda, gli dicevano:

“Ma chi te lo fa fare?”

Visto che all’epoca potevi facilmente fare il dipendente.

La sua tenacia, la sua determinazione, la sua costanza lo hanno fatto partire e portare la sua azienda ad una posizione di prestigio a livello nazionale.
Ha i due figli in azienda già da parecchi anni. Ognuno ha il suo ruolo apicale e tutti e tre fanno parte del consiglio d’amministrazione. Ora Lucio inizia a pensare di lasciare totalmente le redini dell’azienda in mano ai figli, ma non è tranquillo. Anzi, ha proprio paura.
Di cosa? Li vede poco collaborativi, anzi quasi in competizione tra loro, in una gara a chi può prendersi prima il riconoscimento del padre.
Lucio è dilaniato. Vuole bene ad ambedue i figli, eppure gli si spezza il cuore nel vederli nervosi, irrequieti, sempre insoddisfatti ed agitati nelle riunioni dove sono tutti e tre presenti.

Lucio ha paura.

“Quanto ci metteranno a distruggere l’azienda e la solidità che ho costruito in tanti anni?”

chiede, sapendo che non c’è risposta.

 

Continuare l’attività di famiglia

Ci possono essere tanti aspetti da valutare dietro una  situazione di questo tipo, tra cui, anche, i rapporti familiari di ciascun componente della famiglia con ognuno degli altri.
La complessità c’è, ma quando inizi a rasserenare gli animi su un ambito, anche fosse quello lavorativo, la persona ne guadagna in ogni aspetto della propria vita.

Gli incontri di coaching di gruppo portano i risultati sperati. Lucio, e non solo lui, ma anche ognuno dei figli, si allineano su una nuova modalità di relazione tra loro e diventano molto più sereni. Arriva un po’ per volta la serenità, mano a mano che ognuno di loro affronta nelle riunioni con gli altri familiari le questioni più delicate, ed insieme valutano le alternative e le scelte da intraprendere. Scoprono il valore dell’essere insieme e non da soli. Scoprono che il gruppo può portare a risultati maggiori della somma dei singoli contributi ed aprono il cuore agli altri componenti della famiglia.

 

Business coaching “familiare”

Lucio ora è contento! Finalmente sono insieme, veramente insieme a gestire le situazioni complesse, e non è più preso dal dubbio se allontanare i figli dall’azienda, per salvaguardarne la sopravvivenza. I figli sono con lui e lo supportano.

Anche i figli sono soddisfatti. Anche per loro avere finalmente il proprio spazio, la propria considerazione, il proprio ruolo ed il proprio riconoscimento dà pace e serenità. Non è più la lotta quotidiana a conquistare chissà cosa. È la famiglia, che si muove insieme con l’azienda, per sfide future sempre più allettanti. Insieme, però!

Senso di inadeguatezza imprenditoriale

Vuoi fare l’imprenditore, ma non sai come fare? Leggi l’articolo e magari trovi il suggerimento che ti serve!

I nostri nemici: i dubbi e le paure

Spesso le persone mi raccontano di desideri, obiettivi, volontà che vorrebbero realizzare e che hanno provato in tanti modi a vedere soddisfatti, ma non ci sono riusciti. A volte ci facciamo bloccare dai dubbi, altre volte da scarsa determinazione e più frequentemente dalle nostre stesse paure.

E allora come si può riuscire a superare il blocco alle nostre paure?
È quello che fai con il coach.
Per spiegarlo userò ora la metafora della fiaba “La gabbianella e il gatto” scritta da Luis Sepulveda, autore mancato nei mesi scorsi.

Tu sei la gabbianella ed il coach è il gatto che, per cause eccezionali, adotta una piccola gabbianella rimasta orfana a causa di uno sversamento di petrolio, avvenuto mentre lei e la sua mamma attraversano l’oceano.
La piccola si salva. La mamma no.
Il gatto si prende cura della piccola, finché non arriva il momento di insegnarle a volare. Come può riuscire un gatto ad insegnare a volare, lui che non sa volare e che non ha un corpo strutturato per il volo?

Troppe decisioni da prendere

È proprio questa la storia di Giovanni. È socio di una srl. L’altro titolare sta per andare in pensione e toccherà a Giovanni prendersi in carico le funzioni che prima svolgeva l’altro, tra cui anche gestire l’azienda, cioè fare l’imprenditore.
Non l’ha mai fatto e sa di non sapere cosa dovrà fare e come farlo.

È tanto preoccupato. Si sente inadeguato e perfino prendere delle decisioni, lui in genere uomo molto deciso e con idee ben chiare, non riesce più; quando lo fa è insicuro, lento e titubante.
Sente sulle proprie spalle la pesantezza del dover fare scelte e questo lo blocca nella sua paura!
Continua a dire:

“Sto in pena per tutte le decisioni che devo prendere. Le prendo tardi. Ho sempre il dubbio se ho fatto bene o male. Per me è un dolore prendere le decisioni”.

Vale a dire, è terrorizzato e totalmente bloccato nelle sue paure!

 

Il percorso di consapevolezza di Giovanni

Inizia il percorso di coaching e finalmente Giovanni si sblocca. Un po’ per volta. Incontro dopo incontro.
Argomento dopo argomento, torna sereno e fiducioso in se stesso e nella sua capacità di poter fare l’imprenditore, di essere in grado di farlo e di poterlo fare bene.
Acquisisce la consapevolezza sulle sue proprie abilità, sulla sua pluriennale esperienza e sulla sua propria forza.
Non c’è un momento in particolare in cui cambia il suo stato d’animo. È la ricchezza del percorso a fare la differenza in Giovanni, che un po’ per volta diventa consapevole delle tante e buone scelte fatte nel passato e che sono la base da cui partire.
Tutto ciò che serve per iniziare il volo ed andare lontano! E va lontano! Lui e la sua azienda stanno navigando a vele aperte anche in questo periodo. Proseguono la loro attività, aumentano i clienti ed anche i dipendenti.
Forza tutta, Giovanni!