Crisi di mezza età

C’è una fase della nostra vita in cui realizziamo che ciò che facciamo non è ciò che desideriamo.
Come reagiamo a questa presa di coscienza? Rimani nella situazione in cui sei o tenti altre strade?

Ciò che facciamo è ciò che desideriamo?

Se stai vivendo un momento simile o hai amici o conoscenti che sai essere in questa condizione di dubbio e d’incertezza, leggi questo articolo per conoscere la storia di Michele ed avere uno sguardo diverso sulla lettura di momenti simili.

Michele, nome di fantasia, è docente a tempo indeterminato di scuola secondaria superiore. È docente di una materia tecnica ed ha scoperto la sua grande passione: lavorare come personal trainer.

È stata una scoperta improvvisa, arrivata per caso andando in palestra a curare il proprio benessere ed il proprio corpo. Si è appassionato così tanto, Michele, a questa attività, che decide di provare a cercare lavoro come personal trainer.

Ha anche già individuato a chi rivolgersi per riuscirci, quando mi contatta per scrivere il cv e la mail d’accompagnamento per candidarsi alla posizione.

Sai chi è l’azienda a cui Michele vuole scrivere? Costa Crociere!
Ha scelto bene Michele. Sa che le grandi imbarcazioni per le crociere hanno a bordo molti ambienti in cui prendersi cura del corpo e divertirsi durante la navigazione, tra cui anche le palestre.

Quando mi contatta ha le idee molto chiare ed è fortemente determinato a candidarsi, nonostante abbia un posto a tempo indeterminato nel sistema scolastico nazionale. Vale a dire: nessuno ti manda via!

 

La stanchezza della routine che non gratifica più

È stanco di quelle materie tecniche che insegna da tanti anni ed ha bisogno di nuovi stimoli. È convinto che fare il personal trainer, che sta già facendo per una palestra nella città in cui vive, sia la spinta giusta per lui, uomo di mezza età, per cambiare la sua vita.

È proprio annoiato dalla sua attuale esistenza, che scorre sugli stessi binari da tanti anni, ed è parecchio che pensa a cosa fare per cambiare. È da così tanto che ci pensa, che ha trovato anche la soluzione: Costa Crociere, che organizza crociere. Ogni nave ha una palestra, dunque c’è bisogno del personal trainer.

Peccato che Michele non sa che in Italia (non è così nei paesi europei) per chi legge un cv è ben difficile prendere in considerazione un candidato che ha un’esperienza consolidata in tutt’altro settore e per di più che ha un contratto a tempo indeterminato.

Non sa, Michele, che in Italia anche per i datori di lavoro, così come per i selezionatori del personale, dover far lasciare un contratto a tempo indeterminato ad un candidato è un elemento di freno fortissimo.

Quando rendo Michele consapevole di questo aspetto, cambia l’espressione del suo sguardo. Si rabbuia. Diventa triste. Capisce che l’impresa non è per nulla semplice. A questo deve aggiungere che è ben difficile, praticamente rarissimo, ricevere una risposta, che intuisci solo dal trascorrere del tempo senza sapere più nulla di ciò che hai chiesto.

 

Lo slancio verso il cambiamento

Incredibile, ma Michele ci pensa pochissimi minuti e si riconverte velocemente, decidendo di passare all’azione. Si va avanti. Comunque! Non può buttare tutto il suo piano solo per le difficoltà che sa di dover affrontare.  In quei pochi minuti vedi che nel suo sguardo passa tutta la tristezza e la delusione del dover abbandonare un progetto su cui sta lavorando da tanto tempo e che nel frattempo è diventato la luce della sua speranza. E poi, cambia lo sguardo, che si illumina, convinto e determinato a procedere. Decide che vuole andare avanti e vedere le carte. Ci prova in ogni caso, sapendo che è difficile, ma vuole verificare cosa accade.

E così è! Mettiamo a punto il cv e la mail d’accompagnamento che spedisce.

Non so più nulla di lui e del suo progetto per circa un anno, quando mi arriva per mail il suo saluto che testualmente riporta:

“Ti farà piacere sapere che l’azienda mi ha risposto, così come leggerai nella mail a seguire”.

La conclusione non è stata quella che Michele desiderava, ma è veramente soddisfatto di averci provato e mi racconta al telefono, quando successivamente ci siamo sentiti, che nel frattempo ha sviluppato ancora di più la sua passione nella città in cui vive, collaborando con diverse palestre, mixando così le sue giornate con i due lavori che porta avanti con livelli di soddisfazione diversi.

Questa è la storia di Michele. Ma è la storia un po’ di tutti noi, che a metà vita abbiamo bisogno di nuovi stimoli e di nuove sfide.

A volte non è vincere la gara a darci soddisfazione ma è l’aver partecipato, che ci dà conferma del coraggio, della forza, dell’intraprendenza che siamo stati in grado di agire e di quanto siamo evoluti.

E a questo punto la pacchetta sulla spalla, ci sta tutta!
Ben fatto, Michele!

Come scrivere il cv

Studiamo argomenti complicatissimi e riusciamo a laurearci a pieni voti. Poi ci fermiamo di fronte alla prima attività utile alla ricerca di lavoro: scrivere il proprio cv. Sembra facile, ma ha un contenuto ed una struttura tecnica, con una parvenza molto discorsiva. Se sei in questa situazione o sai di amici o parenti che sono vicini alla redazione del cv, leggi questo articolo e saprai come aiutare le persone a te care.

 

Uno stato depotenziato: il momento post lauream

Chiameremo Franca la neo ingegnere nucleare che mi contatta per chiedere aiuto sulla scrittura del curriculum vitae.
È fresca di nomina a dottoressa e dovrebbe essere contenta e soddisfatta sia per il traguardo raggiunto sia per il risultato ottenuto: il massimo di voti.
Eppure Franca non è poi così soddisfatta. O meglio, lo è per ciò che ha già raggiunto, ma non sprizza euforia e felicità. Sembra non apprezzare in pieno, il senso e l’eccellenza di quanto fatto fino ad ora.

Quando le chiedo spiegazione di questo stato depotenziato, dopo essermi congratulata con lei per i risultati ottenuti, ammette che non è contenta.
Non si aspettava di essere messa in scacco, a laurea conseguita, dal primo impegno che avrebbe affrontato. Eppure sembra anche un’attività semplice, forse perfino banale se confrontata con la sofisticazione degli argomenti studiati durante l’università.

Racconta del suo stato d’animo con pochissima chiarezza. Usa affermazioni generiche, non sa che dire in fondo ed usa quel modo di conversare in cui ci giri intorno senza arrivare al punto, tipico di quando non sappiamo o non vogliamo dire.

Insisto e continuo a chiedere, ma Franca è abile a tergiversare senza focalizzare la questione.
Riprendo quello che sta diventando quasi un interrogatorio, visto che non capisco come si possa essere insoddisfatti con risultati cosi ricchi di successo, e finalmente Franca arriva al punto.

L’insoddisfazione e lo stop: la fatica di scrivere il curriculum

È proprio insoddisfatta. Mi dice che dopo avere studiato tanto, argomenti e formule complicatissimi su aree tematiche vaste ed interconnesse, non si aspettava proprio lo stop che le impone quella che, rispetto al suo percorso di laurea, sembra essere un’attività semplice: scrivere il curriculum.

Eppure Franca ha provato da sola più volte. Ha metodo, acquisito durante gli studi, per cui ha fatto ricerca e si è informata. Ha letto diversi manuali on-line per approfondire l’argomento, ma i risultati che ha raggiunto non la soddisfano. E ciò che le piace ancor meno è che non riesce a capire perché le varie versioni non le vanno a genio. Nessuna.

È piena di dubbi, di domande sia generiche sull’impostazione del lavoro, sia specifiche su singoli dettagli. Non le è chiaro perché non è soddisfatta ed è per questo che chiede aiuto.

 

Lavoriamo insieme sulla stesura del curriculum

Ci incontriamo e lavoriamo a stretto contatto ragionando e revisionando il contenuto più volte e finalmente Franca è contenta.
Si sente appagata, ora che vede che la sua presentazione personale la rispecchia sia graficamente sia per contenuti. Si rende conto che i dubbi affrontati l’hanno condotta su un binario di ragionamento che è completamente diverso da quello teorico accademico con cui l’aveva approcciato nella prima fase.

Abbiamo ragionato più e più volte sull’obiettivo del cv; sul come comporlo, sul cosa deve ed anche sul cosa non deve contenere. Abbiamo parlato di stili di comunicazione, di scelta dei font e dei caratteri, della lunghezza dei messaggi, di modelli di cv e di cosa vuol sapere chi legge.

Sorride Franca e sorride anche con gli occhi, oltre che con le labbra, quando dichiara che finalmente ha capito.
Ha messo a sistema il metodo ed alcune competenze che l’università le ha insegnato, con la sua stessa essenza, che in uno strumento così operativo come il curriculum vitae deve apparire.

 

Il curriculum: la fusione di persona e professionista

È proprio soddisfatta perché sente che ora è arrivata a quella definizione che la rispecchia non solo come persona, ma anche come professionista. E questo in un cv è davvero importante.

Il lavoro certosino di riflessione, di stesura, di sintesi, di rifinitura l’ha portata al risultato che avrebbe voluto: una presentazione sintetica, ma di spessore, da cui trapela la metodologia, l’ambizione professionale insieme ai sogni ed ai desideri di ciò che vuole diventare, proprio grazie al lavoro.

È ironica Franca quando commenta il lavoro fatto. Si prende anche un po’ in giro per la sua difficoltà ad orientarsi in uno strumento che ha una finalità ed una struttura tecnica, ma che appare non tecnico, anzi discorsivo. È ancora ironica quando ammette di aver tentato di ingegnerizzare il cv, quando infine si è resa conto che questo è uno strumento comunicativo sulla persona più che sulle competenze tecniche.

 

Il curriculum: chi sei e cosa puoi fare

Alla fine del percorso Franca riconosce che la doppia anima ingegneristica e quella umana si sono fuse in modo armonioso, così da comunicare in poche parole chi sei, cosa vuoi diventare e cosa puoi fare per l’azienda a cui ti stai proponendo.

Ride ancora pensando a quanto le è stato difficile all’inizio allontanarsi dall’impostazione accademica per raccontare se stessa.

Tutto questo sembra facile, ma non lo è e tutti abbiamo provato la difficoltà del sentirsi nel vestito giusto, né troppo stretto né troppo largo.

Se hai persone a te vicine, dai neo laureati alla prima stesura ai senior che vogliono riconfigurarsi professionalmente, che vogliono confrontarsi sui dubbi, dì loro di contattarmi scrivendo a info@lauramarinelli.it e ragioneremo insieme sul come organizzare e scrivere il cv.

A cosa serve il talento

Faccio tante cose che mi piacciono, ma come faccio a capire quali sono i miei talenti naturali?
Soddisfazione e insoddisfazione sul lavoro.
È sufficiente questa distinzione per capire per quali attività ho un talento naturale?
Più facile capire quando si è insoddisfatti, ma la soddisfazione come la rilevi? Ed è sufficiente per poter parlare di talento?
Se senti che potrebbe esserti utile qualche indicazioni, allora leggi l’articolo a seguire, storia vera di una professionista che in qualche modo già conosci un po’.

Questa di oggi è la storia vera. Mia. Quindi non adotterò nomi di fantasia, perché non ho bisogno di autorizzazione per poter raccontare di me stessa e non ledo la privacy di nessuno.

La riflessione non è partita da me, ma da alcune persone che ho seguito e che mi hanno posto la seguente domanda:

“Come si fa a capire quando stai usando il tuo vero talento?”.

Per cercare le parole giuste, semplici, ma esplicative, che aiutino le persone ad orientarsi in questi stati d’animo complessi e sottili, ho iniziato a pensare a me stessa, alla mia storia, alle esperienze di vita vissuta e a come io stessa ho rilevato ed interpretato i diversi messaggi che coglievo nelle occasioni di vita sperimentate negli anni.

Quando si può parlare di talento?

La prima osservazione è che per parlare di talento dobbiamo essere nell’area della soddisfazione. Le neuroscienze hanno confermato che l’essere umano memorizza maggiormente gli stati emotivi negativi, cioè quelli legati al dolore e alla tristezza, rispetto a quelli di gioia e di positività. Questo perché il cervello umano è programmato per la sopravvivenza, e per questo obiettivo il dolore e la tristezza devono essere rilevati e valutati con attenzione. Il cervello umano non è programmato per la felicità, al cui fine sono invece utili la gioia e la positività. Quindi ci rimangono più impresse le situazioni che ci creano disagio o dolore, rispetto a quelle che ci danno gioia.

Bene, messa la prima pietra sul funzionamento del cervello a proposito degli stati emotivi, scatta la seconda domanda:

“Come ho fatto io a capire la mia vera attitudine? Come ho fatto ad avere certezza che un’attività fosse quella di vera e grande soddisfazione per me, molto più di altre?”.

 

Qual è la mia vera attitudine?

Ci ho pensato parecchio ed ho cercato di ricordare le tante occasioni di insoddisfazione o, peggio ancora, di dolore vissute ed ho fatto notevole fatica a ricordare quelle positive che con il tempo, si ammorbidiscono, si offuscano ed entrano in quello stato di oblio in cui ci sfuggono i contorni, i dettagli, i passaggi ed i significati.

Pensa e ripensa, ho trovato una prima chiave di lettura che ho verificato con alcune persone e su cui mi sento di poter tirare la conclusione: il dubbio è già una certezza!

Che significa? Quando siamo in dubbio, in realtà siamo già certi che qualcosa non ci piace, ma, non sapendo indicare cosa, rimaniamo nel dubbio. Peccato che non funziona così nel caso contrario, cioè se sei soddisfatto non sei in dubbio. E’ per questo che il dubbio è una certezza. E’ la certezza che qualcosa, non meglio identificato, non ti soddisfa, non ti piace.

Non sapere identificare il cosa non deve sminuire la portata del significato del dubbio. Ricorda che quando sei in dubbio è il tuo cervello istintivo che parla e che ti dice “Qualcosa non va!”. Il fatto che tu non sia in grado di identificare il “cosa”, significa che il tuo cervello razionale non ha trovato ancora la risposta. Tra il cervello istintivo e quello razionale il più potente ed il più veloce nel trarre conclusioni è … quello istintivo, perché è deputato alla sopravvivenza che,  in alcune occasioni, si gioca sul millisecondo!

Allora, definito che per parlare di talento devi essere soddisfatto, possiamo dire che tutte le situazioni che viviamo e che ci danno soddisfazione sono termometri dei nostri talenti? No. Non è sufficiente.

 

Il talento lo rilevi solo in alcune situazioni speciali

Il talento lo rilevi solo in alcune situazioni speciali. Nel gergo tecnico del coaching, si dice che sei nell’area del talento quando sei in stato di “flow”.

Il flow è uno stato d’animo particolare. È soddisfazione. Non solo. È appagamento. Non solo. È gioia. Non solo. È connessione con l’Universo. Non solo. È raggiungere il significato che tu dai alla tua vita. Tutto questo contemporaneamente nella stessa situazione.

Ti chiederai: è possibile?

Sì. Io raggiungo il mio stato di flow al termine delle sessioni di coaching. Sono così soddisfatta, appagata, contenta e gratificata dai commenti e dai sorrisi delle persone che seguo, che non trovo pari soddisfazione in nessun’altra situazione professionale.

Per me lo stato di flow non arriva così intenso quando ho un incontro in un’azienda prestigiosa o quando incontro un personaggio importante e socialmente molto riconoscibile. In queste situazioni sono certamente soddisfatta, ma non sono in stato di flow.

È solo dall’insieme di tutti gli elementi descritti, in primis la soddisfazione delle persone che si affidano a me ed i loro sorrisi quando capiscono come modificare qualcosa della loro vita, che arrivo alla definizione profonda del significato della mia vita.

È qui l’area della mia potenzialità più alta: l’umanità, che trova la sua massima espressione nelle sessioni di coaching, quando affianchi una persona nel suo percorso di crescita.

 

Qual è il tuo talento?

E tu, sai quale sia l’area del tuo massimo talento? Ti è stato utile questo articolo per individuare il tuo stato di flow? Mi farà piacere leggere il tuo commento e se vuoi scoprire le tue potenzialità, scrivimi a info@lauramarinelli.it e ci lavoriamo insieme.

Tieni presente che operare nell’ambito delle tue virtù è il miglior modo per armonizzare l’equilibrio tra vita personale e professionale. Vale a dire che significa … andar via con un filo di gas!

Essere a capo di un’organizzazione, di uno studio professionale o di un’azienda comporta il dover prendere decisioni. Spesso sei da solo nel momento della scelta e ti ritrovi anche con gli altri che non capiscono il motivo per cui hai adottato proprio quella soluzione e non altre. La solitudine è il prezzo che il numero uno di un’organizzazione paga per il suo ruolo.

Ti pesa? Come lo affronti? Quali strategie usi nei confronti di dipendenti e collaboratori? Se anche tu senti il peso della solitudine, leggi questo articolo che dà alcuni spunti di riflessione.

 

Strategia d’azienda: il piano di Salvatore

Salvatore, così lo chiameremo, è l’imprenditore di una media azienda del settore alimentare. Era piccola la sua attività quando l’ha rilevata. Le scelte e le innovazioni che Salvatore ha apportato hanno dato i loro frutti e nel giro di pochi anni l’azienda si è ingrandita ed è riuscita ad aprirsi ai mercati stranieri, molto interessati ai prodotti alimentari italiani di alta qualità.

Non è facile, mi racconta all’inizio del percorso di coaching, far passare le nuove idee al personale. Quando sei al vertice di un’organizzazione, grande o piccola che sia, ti trovi ad esser solo nel prendere decisioni senza poter avere il sostegno del confronto con altre persone e così, a volte, rimani con i tuoi dubbi.

Salvatore ha appena rilevato l’azienda, ha studiato il settore, ha analizzato altri casi di successo simili al suo della stessa area merceologica, ha capito come si deve muovere per far crescere il suo business.

Mesi e mesi di lavoro, di studio, di analisi sulle alternative e sulle conseguenze … infine la strategia si completa. Un puzzle di novità sul fronte dei prodotti e dei servizi da offrire, il rinnovamento dei fornitori, nuovi mercati da aprire, nuovi macchinari su cui investire per dotare l’azienda di una maggiore produttività e nuove tecniche di gestione d’azienda per il controllo dei margini.

Perfetto. Tutto è ora chiaro. C’è solo da comunicarlo ai dipendenti e ai collaboratori per far partire la nuova azienda. Sì, perché di fatto si tratta di far partire un’azienda completamente nuova come cultura aziendale e presenza sul mercato, non più solo italiano, ma mondiale. La nota positiva è che il quadro è chiaro. Ora Salvatore sa cosa si deve fare e non vede l’ora di partire.

Il più è fatto: il pensiero e la direzione sono chiari e con loro anche il come fare.

Da vero capitano d’azienda si mette in testa al processo di rinnovamento ed ora pensa di trasferire il progetto all’intera struttura così, dal giorno successivo, si possono iniziare ad apportare i primi cambiamenti, facendo muovere tutta l’organizzazione nella stessa direzione, una volta che questa è chiara e comunicata a tutti.

Indice una riunione e presenta a dipendenti e collaboratori la nuova strategia d’azienda.
Scoppia il dramma!

 

“Abbiamo sempre fatto così!”

Salvatore non avrebbe mai immaginato di poter ricevere tanti attacchi verbali, tante manifestazioni di dubbio, di carente fiducia nei suoi confronti dai suoi dipendenti. E invece proprio così è stato.

Salvatore è sorpreso. Non si aspettava proprio che i dipendenti mettessero in dubbio la bontà delle scelte fatte in tanti mesi di analisi e studi e considerazioni. Non si aspettava proprio che il mantra “abbiamo fatto sempre così” fosse ripetuto così tante volte che ora gli dà perfino fastidio sentirlo. E non si aspettava neanche che i dipendenti fossero così arroccati sul vecchio stile di lavoro da non poter neanche prendere in considerazione nuovi modi di lavorare. Neanche il far intravedere loro un modo meno faticoso di lavorare, che comporta apprendere e capire come far funzionare macchinari nuovi, li smuove dalla loro posizione. Infine quello che ferisce in profondità Salvatore è quell’atteggiamento di qualcuno che arriva con parole neanche tanto velate a mettere in dubbio le sue scelte. Il senso di alcune frasi è:

“Come puoi pensare tu, che di questo settore sei nuovo, di cambiare qualsiasi cosa e di non ascoltare noi che ci lavoriamo da tanti anni”.

Si rende conto solo a valle della riunione che ci sono situazioni in cui parlare ai tuoi dipendenti, ai collaboratori, ai clienti ed ai fornitori, richiede un atteggiamento speciale, diverso da qualsiasi altra modalità che adotteresti in altre situazioni.

Intuisce che deve aver fatto qualche errore e che forse ci possono essere nuovi modi di coinvolgere il personale e di motivarlo senza generare conflitti o comunque riuscendo a superarli anche quando siano stati manifestati.

 

Il percorso di business coaching con Salvatore

Nel percorso di coaching individuale, Salvatore capisce che non puoi concederti di esporre un dubbio ad un dipendente, non puoi che avere la giusta empatia con ogni interlocutore anche quando ne hai tanti contemporaneamente, non puoi pretendere che la conoscenza del settore e delle tematiche sia allo stesso tuo livello per tanti motivi: il ruolo ricoperto, la complessità delle tematiche, l’apertura mentale e di visione del business. Sono tutti elementi considerati in modo diverso da persona a persona in base all’esperienza maturata, alle conoscenze acquisite, agli ambienti frequentati.

Eppure Salvatore sente il bisogno di parlare con qualcuno, di confrontarsi, di far sorgere i dubbi, perché lo aiutano ad intravedere il cammino percorribile con sacrifici minori e ad individuare gli errori da evitare. Sente anche il bisogno di avere vicini i suoi bracci destri e sinistri interni all’azienda. Così abbiamo avviato sessioni di Team Coaching, a cui partecipano Salvatore ed i suoi sei collaboratori più stretti.

In ogni sessione Salvatore decide l’obiettivo aziendale che in quella sessione dovrà essere affrontato, che è condiviso e perfezionato con tutto il gruppo. Definito l’obiettivo, accettato da ognuno dei partecipanti, partiamo con lo sviluppo del piano d’azione che ognuno dei partecipanti attiverà per fare in modo che l’obiettivo aziendale venga raggiunto e nei tempi stabiliti.

Salvatore finalmente sorride mentre commenta con me affermando:

“Mi ritrovo ad aver fatto fare a loro quello che loro stessi avevano inizialmente contestato. Non so neanche io come abbiamo fatto ma ci siamo riusciti”.

In conclusione, la solitudine di Salvatore l’abbiamo risolta in tre step.

  1. Il primo è stato effettuare alcune sessioni di coaching individuale all’imprenditore, così da chiarire con lui alcuni aspetti della strategia d’azienda e del suo staff.
  2. Quando Salvatore è stato pronto, abbiamo coinvolto i suoi collaboratori più stretti, con cui abbiamo fatto alcune sessioni di coaching individuale in cui hanno acquisito fiducia nel coach e chiarito alcuni aspetti della vita aziendale.
  3. Pronti anche i collaboratori, siamo passati alle sessioni di Team, in cui tutti insieme abbiamo fatto lavorare l’intero gruppo nella direzione e verso la meta definite all’inizio di ogni sessione.

Le sessioni individuali sviluppano le competenze individuali e le sessioni di gruppo contribuiscono a migliorare le performance dell’intero gruppo apicale, che sarà poi quello che coinvolgerà e farà attuare la strategia all’intera struttura.

Se pensi che anche la tua azienda meriti di crescere di più, se vuoi far lavorare meglio e con maggiore risultati il gruppo apicale, scrivimi a info@lauramarinelli.it e valuteremo insieme un progetto specifico per la tua azienda.

Nel frattempo, mi farà piacere conoscere come hai reagito tu in situazioni simili a questa. Scrivimelo nei commenti!

Life coach - Affrontare il padre

Come reagiamo alle aspettative altrui? Siamo in grado di affermare chi siamo e cosa vogliamo o subiamo il volere degli altri?
E come reagiamo quando in ballo c’è il confronto padre-figlio?

Amedeo è figlio di un imprenditore. È da un po’ in azienda con un ruolo operativo. Sembra andare tutto bene: il padre è soddisfatto, anche il figlio appare in linea con le aspettative della famiglia e dell’azienda.

Poi, improvviso, il cambio di direzione. Amedeo ha capito che non è questa la sua strada. Ha realizzato che le sue passioni artistiche sono ciò che vuole fare nella sua vita.
Realizza questo poco prima che il padre dica al figlio che, visto che sta andando tutto per il meglio, vuole lasciare il posto di comando e trasferire tutto al figlio. Il padre vuole mettersi in seconda  linea e far mettere in prima proprio il figlio.

 

Il tarlo del dubbio: quando la passione bussa alla porta

Amedeo è disperato. Ha lavorato seriamente in questi anni in azienda, ha ottenuto i risultati desiderati eppure … il tarlo del dubbio lo assilla.
Dipingere è la strada. È ciò che lo appassiona veramente. È il motore del suo pensiero e della sua azione in ogni momento del giorno, non appena il lavoro gli lascia tempo, spazio ed energia per la sua creatività.

La consapevolezza è giunta. Gli è chiaro, ora, ciò che vuole fare ma … come dirlo al padre?
Come fargli capire che ciò che lui vuole non è ciò che si aspetta il padre?

Ha timore di deluderlo. Ha paura che il padre reagisca male e teme anche che questo possa far reagire anche la madre, che tanto ha fatto per costruire armonia, quando i rapporti tra i due non erano così sereni nell’adolescenza del figlio.

E poi, chi prenderà le redini dell’azienda familiare in assenza di altri eredi?
La sua scelta obbligherà il padre a rimanere operativo in azienda, quando invece desidera tirarsi indietro?

 

Il confronto con le figure più importanti della vita: i genitori

Non sa proprio come fare: da una parte c’è lui con la sua vita, i suoi sogni e le sue aspettative. Dall’altra c’è la sua famiglia, ma anche l’azienda di famiglia. Ognuno chiede qualcosa e Amedeo non sa come uscire da questa situazione. Ha paura di incrinare i rapporti. Ha paura di deludere. Teme reazioni forti, offese e umiliazioni delle reazioni aggressive ed autoritarie, che ha visto in passato.

È un percorso di confronto e di relazione con le figure più importanti della sua vita, i genitori, quello che prende il via.

 

Chiarire le proprie posizioni da adulto ad adulto

La soluzione arriva nei diversi colloqui che ha con il padre che, all’inizio annientato dalla notizia, poi si rende conto che non può imporre la sua soluzione al figlio.
Amedeo ed il padre riescono a parlarsi ed a chiarire le proprie posizioni da adulto ad adulto. Ognuno riesce a mettere da parte qualcosa di sé ed aprire il proprio cuore all’altro.

La scelta è complessa, ma ciò che aiuta è capirsi e chiarirsi.
Negli incontri che si susseguono si accettano l’un l’altro, con le diverse posizioni ed orientamenti. Insieme valutano come gestire questa situazione e trovano alcune alternative da percorrere e valutare.
Amedeo riconosce che parlare a suo padre è stato possibile ed in fondo più semplice di quanto potesse immaginare.

 

Quando affermare la propria personalità e le proprie aspettative sembra complesso

Quando affermare la propria personalità e le proprie aspettative ti appare troppo complesso, per la difficoltà del dire oppure per il timore reverenziale nei confronti di una figura importante della tua vita oppure per la paura delle reazioni o ancora perchè proprio non sai come avviare il discorso, allora possiamo prevedere un percorso di coaching dedicato a te.

È con il percorso di evoluzione specifico per te che ti allenerai al cosa dire – come dirlo – in funzione del tuo interlocutore, superando le tue paure e le insicurezze ed aumentando la tua consapevolezza nella gestione degli stati emotivi propri ed altrui, della comunicazione e della costruzione della relazione con ogni singolo interlocutore.

Scrivimi su info@lauramarinelli.it per un primo contatto. La strada la faremo insieme!

Sentirsi emarginati in famiglia

Cosa accade in noi quando viviamo un’esclusione? Ci chiudiamo in noi stessi o troviamo la forza per reagire? Quanto facciamo cadere su di noi la colpa di ciò che accade e quanto siamo oggettivi nel valutare le responsabilità di ognuno? Ed infine, come ne usciamo?

Questa volta ti racconto la storia di Antonietta. È sposata da diversi anni con un uomo di cui è innamorata. È una donna di mezza età, hanno avuto due figli e la coppia è ben salda.

Sentirsi emarginati in famiglia

Qualcosa nella vita di Antonietta non va come lei vorrebbe. Si sente esclusa dalla famiglia del marito. Racconta che la suocera la fa sentire marginale, come una persona la cui opinione non solo non è importante, ma a cui dare così poco peso da non essere neanche presa in esame.

Non va meglio neanche con le cognate, le sorelle del marito, dalle quali riceve un messaggio molto simile di scarsa considerazione, nonostante un’età ed una cultura molto più simile alla sua.

Antonietta ha avuto diversi successi professionali: è stato ed è attualmente Responsabile delle Risorse Umane di importanti aziende nazionali ed internazionali; ha una bella famiglia solida ed unita; ha uno splendido rapporto con il coniuge, anche se il tarlo di un ridotto apprezzamento da parte di questo entourage familiare le dispiace e qualche volta crea frizioni con il coniuge.

È una donna molto attenta ed intuisce che i piccoli screzi vanno analizzati, pesati e considerati, ben prima che diventino voragini. È una delle poche persone che chiede aiuto quando le cose funzionano abbastanza bene, anche se non splendidamente. In genere le persone chiedono aiuto quando il dramma … è già scoppiato!

Antonietta piange quando arriva a dire che lei non chiede facilmente aiuto e se lo fa, è proprio perché non regge più la situazione. Ha avuto difficoltà ad ammettere a se stessa, che si sente ferita molto intimamente dall’atteggiamento dei suoi familiari, lei che professionalmente riceve invece tanti messaggi positivi di valore – alto – di considerazione e di stima, da tante persone diverse e di ruoli, anche apicali.

Il dolore della solitudine in famiglia

È profondamente triste quando arriva a sentire il suo dolore, così intimo, così profondo, così poco conosciuto. È un dolore tutto suo, vissuto nella solitudine, visto che non vuole parlarne al marito, per non farlo sentire in difficoltà. Non ne parla neanche con le amiche, perché intuisce che forse non saprebbero come supportarla, lei che è una persona esigente e molto attenta e per questo, non facile da essere affiancata.

È da questa profonda tristezza, toccata e poi ammessa, che inizia la risalita.

Il percorso di consapevolezza di Antonietta

Antonietta inizia a riconsiderare atteggiamenti, comportamenti, frasi e stati emotivi sia suoi sia delle cognate e della suocera. Aumenta la consapevolezza su alcune dinamiche che stavano accadendo nella sua famiglia.

Intuisce che con le cognate ci possono essere più confronti, non solo quello professionale, e così con la suocera, con cui ci possono essere più livelli di paragone, sia da parte della suocera sia da parte sua e questo vale anche per il coniuge.

Iniziamo a lavorare sul suo percorso di consapevolezza sui diversi aspetti che entrano in gioco in questa situazione.

È la stessa Antonietta a sintetizzare cosa è accaduto e mi dice:

“Non è smesso di piovere. Ho capito che devo aprire l’ombrello quando piove, perché la pioggia … io non la governo!”

Se anche tu ti senti escluso dalla tua famiglia, o magari dai colleghi, o forse dagli amici e vuoi cambiare marcia, contattami scrivendo a info@lauramarinelli.it e valutiamo un percorso di evoluzione calibrato sul contesto che tu stai vivendo.