Come scrivere il cv

Studiamo argomenti complicatissimi e riusciamo a laurearci a pieni voti. Poi ci fermiamo di fronte alla prima attività utile alla ricerca di lavoro: scrivere il proprio cv. Sembra facile, ma ha un contenuto ed una struttura tecnica, con una parvenza molto discorsiva. Se sei in questa situazione o sai di amici o parenti che sono vicini alla redazione del cv, leggi questo articolo e saprai come aiutare le persone a te care.

 

Uno stato depotenziato: il momento post lauream

Chiameremo Franca la neo ingegnere nucleare che mi contatta per chiedere aiuto sulla scrittura del curriculum vitae.
È fresca di nomina a dottoressa e dovrebbe essere contenta e soddisfatta sia per il traguardo raggiunto sia per il risultato ottenuto: il massimo di voti.
Eppure Franca non è poi così soddisfatta. O meglio, lo è per ciò che ha già raggiunto, ma non sprizza euforia e felicità. Sembra non apprezzare in pieno, il senso e l’eccellenza di quanto fatto fino ad ora.

Quando le chiedo spiegazione di questo stato depotenziato, dopo essermi congratulata con lei per i risultati ottenuti, ammette che non è contenta.
Non si aspettava di essere messa in scacco, a laurea conseguita, dal primo impegno che avrebbe affrontato. Eppure sembra anche un’attività semplice, forse perfino banale se confrontata con la sofisticazione degli argomenti studiati durante l’università.

Racconta del suo stato d’animo con pochissima chiarezza. Usa affermazioni generiche, non sa che dire in fondo ed usa quel modo di conversare in cui ci giri intorno senza arrivare al punto, tipico di quando non sappiamo o non vogliamo dire.

Insisto e continuo a chiedere, ma Franca è abile a tergiversare senza focalizzare la questione.
Riprendo quello che sta diventando quasi un interrogatorio, visto che non capisco come si possa essere insoddisfatti con risultati cosi ricchi di successo, e finalmente Franca arriva al punto.

L’insoddisfazione e lo stop: la fatica di scrivere il curriculum

È proprio insoddisfatta. Mi dice che dopo avere studiato tanto, argomenti e formule complicatissimi su aree tematiche vaste ed interconnesse, non si aspettava proprio lo stop che le impone quella che, rispetto al suo percorso di laurea, sembra essere un’attività semplice: scrivere il curriculum.

Eppure Franca ha provato da sola più volte. Ha metodo, acquisito durante gli studi, per cui ha fatto ricerca e si è informata. Ha letto diversi manuali on-line per approfondire l’argomento, ma i risultati che ha raggiunto non la soddisfano. E ciò che le piace ancor meno è che non riesce a capire perché le varie versioni non le vanno a genio. Nessuna.

È piena di dubbi, di domande sia generiche sull’impostazione del lavoro, sia specifiche su singoli dettagli. Non le è chiaro perché non è soddisfatta ed è per questo che chiede aiuto.

 

Lavoriamo insieme sulla stesura del curriculum

Ci incontriamo e lavoriamo a stretto contatto ragionando e revisionando il contenuto più volte e finalmente Franca è contenta.
Si sente appagata, ora che vede che la sua presentazione personale la rispecchia sia graficamente sia per contenuti. Si rende conto che i dubbi affrontati l’hanno condotta su un binario di ragionamento che è completamente diverso da quello teorico accademico con cui l’aveva approcciato nella prima fase.

Abbiamo ragionato più e più volte sull’obiettivo del cv; sul come comporlo, sul cosa deve ed anche sul cosa non deve contenere. Abbiamo parlato di stili di comunicazione, di scelta dei font e dei caratteri, della lunghezza dei messaggi, di modelli di cv e di cosa vuol sapere chi legge.

Sorride Franca e sorride anche con gli occhi, oltre che con le labbra, quando dichiara che finalmente ha capito.
Ha messo a sistema il metodo ed alcune competenze che l’università le ha insegnato, con la sua stessa essenza, che in uno strumento così operativo come il curriculum vitae deve apparire.

 

Il curriculum: la fusione di persona e professionista

È proprio soddisfatta perché sente che ora è arrivata a quella definizione che la rispecchia non solo come persona, ma anche come professionista. E questo in un cv è davvero importante.

Il lavoro certosino di riflessione, di stesura, di sintesi, di rifinitura l’ha portata al risultato che avrebbe voluto: una presentazione sintetica, ma di spessore, da cui trapela la metodologia, l’ambizione professionale insieme ai sogni ed ai desideri di ciò che vuole diventare, proprio grazie al lavoro.

È ironica Franca quando commenta il lavoro fatto. Si prende anche un po’ in giro per la sua difficoltà ad orientarsi in uno strumento che ha una finalità ed una struttura tecnica, ma che appare non tecnico, anzi discorsivo. È ancora ironica quando ammette di aver tentato di ingegnerizzare il cv, quando infine si è resa conto che questo è uno strumento comunicativo sulla persona più che sulle competenze tecniche.

 

Il curriculum: chi sei e cosa puoi fare

Alla fine del percorso Franca riconosce che la doppia anima ingegneristica e quella umana si sono fuse in modo armonioso, così da comunicare in poche parole chi sei, cosa vuoi diventare e cosa puoi fare per l’azienda a cui ti stai proponendo.

Ride ancora pensando a quanto le è stato difficile all’inizio allontanarsi dall’impostazione accademica per raccontare se stessa.

Tutto questo sembra facile, ma non lo è e tutti abbiamo provato la difficoltà del sentirsi nel vestito giusto, né troppo stretto né troppo largo.

Se hai persone a te vicine, dai neo laureati alla prima stesura ai senior che vogliono riconfigurarsi professionalmente, che vogliono confrontarsi sui dubbi, dì loro di contattarmi scrivendo a info@lauramarinelli.it e ragioneremo insieme sul come organizzare e scrivere il cv.

Paura di fallire nel parlare

Rientri nel mondo del lavoro dopo un periodo di inattività. Come ti senti? Come ti prepari alla nuova sfida del presentarti alla struttura? Su cosa poni la tua attenzione?

Inizi a pensare:

Devo fare la mia prima presentazione da direttore ed ho paura a parlare allo staff. Mi accetteranno?

Cosa significa fare il primo discorso da direttore ad una nuova struttura? È solo un mettersi in evidenza o c’è anche altro? Quanto conta la tua insicurezza, sviluppata nel periodo d’inattività, e quanto si percepisce dall’esterno? Come prepari le tue carte quando sai che hai una sola mano da giocare, perché non ce ne sarà un’altra?

Qual è il tuo obiettivo? Cosa vuoi che rimanga in chi ti ascolta?

In questo articolo vediamo, insieme a un caso reale, i primi suggerimenti per non sbagliare una presentazione importante.

Se vieni allontanato per il tuo pensiero

Frediano è un dirigente di una organizzazione territoriale diffusa su tutto il territorio nazionale. È stato allontanato dalla sede dove era stato incaricato, per aver mostrato la sua contrarietà ad alcune scelte che non condivideva.

Frediano è deluso e teme di non riuscire a rientrare nel mondo del lavoro considerando la sua età ed il non essersi piegato al volere dei responsabili. Ha una famiglia da mantenere, le due figlie che studiano all’Università, la moglie che lavora nella città dove abitano, un tenore di vita familiare alto, abituati dall’ottimo compenso di Frediano.

Passano i mesi e Frediano è sempre più preoccupato, perché all’orizzonte non c’è nessun incarico e l’allontanamento dalla posizione di responsabilità ha minato la sua sicurezza ed anche la stima in se stesso.
Inizia a porsi interrogativi a cui non trova risposta: chi sono io? Come è possibile che mi abbiano addirittura allontanato dal lavoro per aver detto che non sono d’accordo? E tutto quello che ho fatto prima, dove è finito? Le buone scelte che mi hanno riconosciuto nel passato, quanto sono state considerate e dove sono finite in nelle valutazioni che hanno portato al mio allontanamento?

 

Il reintegro e il nuovo incarico: il senso di insicurezza

Poi arriva la notizia: c’è una possibilità! Ritorna al lavoro! C’è per lui un altro incarico in tutt’altra regione ed in una sede dove ci sono problemi diffusi di demotivazione del personale, di presenza sul mercato inadeguata con servizi e modalità vetuste. Insomma affidano a lui una situazione complicata, che è costata l’allontanamento del predecessore.

Ha la voce che trema quando racconta queste cose. Si percepisce che la sicurezza è minata e che la paura di fallire sovrasta la consapevolezza del poter fare bene, come avvenuto in passato.

E poi la zona è diversa da quella in cui vive e quindi poco conosciuta a lui. Anche le persone da gestire non le conosce. In compenso gli hanno spiegato bene lo stato di forte demotivazione del gruppo. Con i suoi responsabili ha avuto solo un incontro ed ha percepito in modo forte e chiaro che per lui questa è LA possibilità, probabilmente l’unica. Della serie, prendere o lasciare, e prendere significa accollarsi molti rischi e quindi … preoccupazioni.

La prima uscita pubblica in cui sarà presentato a tutti, dipendenti e dirigenti, è stabilita: gli comunicano il giorno, l’ora e la città. Che fare?

 

Parlare in pubblico: la paura di fallire

È abituato a parlare in pubblico, lo ha fatto tante volte e tutto filava via liscio.

Questa volta è diverso. È talmente impaurito Frediano, che neanche pensa di intervenire. Puoi essere presentato come nuovo direttore e non dire nulla? Che idea si possono fare gli altri di te se vieni presentato in un ruolo apicale e non dici nulla? E se decidi di dare il tuo contributo: cosa dici? Come lo dici? Ti fai vedere molto sicuro di te e dai già alcune direttive o scegli un altro stile ed eventualmente quale?

Sono situazioni molto delicate dove il punto di equilibrio è difficile da individuare, dovendo giocare tra strategie, organigrammi, relazioni, motivazione, impressioni, costruzione della fiducia e della speranza, tanto per indicare alcune delle variabili che entrano in gioco.

 

Identificare gli obiettivi

Il primo suggerimento che mi sento di dare a chi si trova in una situazione simile a questa è di identificare qual è l’obiettivo personale che si vuole raggiungere e solo dopo soffermarsi sull’obiettivo per i partecipanti. In altre parole chiedersi “cosa voglio ottenere io da questo evento” e a seguire “cosa voglio che ricordino i partecipanti”.

Dalle risposte a queste due prime domande metterai a fuoco alcuni principi che ti guideranno nella preparazione che ovviamente è necessaria, se non vuoi fallire l’occasione.

Da queste due prime domande otterrai anche indicazioni su alcuni contenuti che vorrai trasferire agli astanti, che si faranno una prima idea di te.
Su quest’ultimo aspetto ricorda che non è sufficiente un’ottima presentazione con un buon impatto grafico, che è quello che predispone bene l’interlocutore nei tuoi confronti e che ci deve essere.
Conta tanto anche il come dici le informazioni che vuoi trasferire.

Rifletti: quanto conta una voce tremante? Quanto conta un tono basso di voce, basso, ma così basso, che sembri aver paura di parlare? Quanto conta il non riuscire a sostenere lo sguardo dei partecipanti?

 

Parola d’ordine: preparazione

La preparazione è necessaria e doverosa in qualsiasi occasione, a maggior ragione sul primo incontro che segna l’avvio della relazione con ognuno dei partecipanti. E come vuoi che parta questa relazione: depotenziata o con la luce di una speranza ritrovata negli occhi di chi ti ascolta?

La coerenza tra ciò che diciamo (verbale) ed il come lo diciamo (paraverbale e non verbale) determina l’impressione generale in chi ascolta e la considerazione finale che si farà su di te. È per questo che dobbiamo prepararci con grande cura, sia nell’approntare il discorso sia nel provarlo più e più volte.

È solo così che si conquista credibilità e fiducia dell’interlocutore.

In conclusione, ricorda questa considerazione che è veramente importante: quando devi fare una presentazione di valore, da cui i partecipanti devono capire chi sei – cosa fai e soprattutto come lo fai, cioè devono acquisire fiducia in te ed evitare che vadano da altri, allora il discorso va preparato non bene, benissimo!

Dobbiamo preparare la struttura del contenuto dell’intero intervento; dobbiamo identificare i messaggi chiave della presentazione e come ritornarci; dobbiamo studiare come sottolinearli mano a mano per essere tanto, ma proprio tanto efficaci.

Le mie competenze tra giornalismo, public speaking e comunicazione non verbale saranno tutte a tua disposizione!

Come gestire un incarico nuovo

Cosa significa ruolo manageriale? Come reagisci ad un nuovo incarico? Come ti organizzi se ti affidano un ruolo manageriale e non sai cosa significa? Ti fai prendere dalla paura o la sfida ti sprona a fare? E cosa fai? In quale direzione e nei confronti di chi?

Quando ci danno un incarico nuovo senza troppe spiegazioni, il sentimento che potrebbe prevalere nell’immediatezza potrebbe essere:

  • la paura di non essere in grado;
  • il dubbio di deludere le aspettative altrui;
  • la conseguente delusione e senso di frustrazione che arriva direttamente a noi stessi.

Tutto questo ci blocca e ci conduce ad uno stato di confusione mentale, che non aiuta a trovare la strada. Se ti riconosci in questa situazione, leggi questo articolo che ti può dare qualche utile suggerimento.

 

Gestire un incarico nuovo: se il predecessore dichiara forfait

Liliana è una donna di mezza età, responsabile commerciale di una filiale di una delle agenzie di lavoro interinali più importanti d’Italia. È una donna brillante, molto sorridente, sprizza simpatia da tutti i pori. Ha la battuta sempre pronta, Liliana, battute che accompagna con fragorose risate che ti si attaccano addosso, mettendo il buonumore. Insomma è quel tipo di persona che definiamo piacevole e spassosa, che ha anche idee chiare, un’interessante capacità di analisi delle situazioni ed ottimo problem solving.

Caratteristiche che aiutano nella progressione di carriera ed infatti questo avviene, anche se con modalità di difficile interpretazione per Liliana.

Un giorno, infatti, il suo nuovo responsabile con funzione di Area Manager, le fa una telefonata di cui lei non riesce a capire il senso e che la mette in un forte stato di disorientamento e frustrazione. Dopo tante conversazioni al telefono e riunioni, in cui ha messo lei ed i suoi colleghi sotto pressione, perché gli obiettivi numerici non vengono raggiunti, perché li vede spenti e demotivati, non sorridono più e non rispondono neanche più alle sue sollecitazioni, il manager le dice che, avendo realizzato che lui non è riuscito nel suo ruolo manageriale, chiede a lei di assumerlo al suo posto ed affida a lei il compito in cui lui ha fallito, cioè:

  • motivare la struttura;
  • creare un clima aziendale diverso, collaborativo e di condivisione, che porti nel tempo a quegli obiettivi numerici, al momento così lontani.

 

Dubitare di essere all’altezza: perchè?

Liliana è confusa. Non capisce il senso della definizione di ruolo manageriale e quindi dubita fortemente di poter essere in grado, lei, di risolvere la situazione dove lui è mancato. Le tornano in mente in un istante i tanti scontri verbali avuti con lui, che ha una visione e valori molto diversi dai suoi, addirittura opposti.

Si sente arrabbiata, molto arrabbiata ora e per di più fregata.
È delusa dal fatto che tutti gli scontri avuti con lui non lo hanno fatto cambiare visione, né comprendere le motivazioni della diversità delle opinioni; ed ora ricade su di lei l’onere di risolvere la situazione che lui stesso ha creato e che è drammatica: i colleghi con cui c’era un clima fortemente collaborativo sono ora uno contro l’altro, ognuno è teso a difendere se stesso ed ognuno rema per proprio conto senza avere più la direzione comune.

Non riesce a pensare ad altro che alle arrabbiature e non riesce a sentire altro, oltre il senso di impotenza che la pervade.
Che faccio? Che posso fare? Come posso riuscire in ciò dove lui ha sbagliato e che ha anche contribuito a generare?

 

Il senso della delega

Un po’ per volta Liliana riprende il controllo della situazione, analizzando e re-interpretando alcune situazioni, rivedendo con altri occhi alcuni passaggi e dando significato nuovo ad alcuni termini, non spiegati, che il suo responsabile ha usato con lei.
Comprende alcuni significati che non le sono così chiari. Comprende che il responsabile ha dichiarato a lei il proprio fallimento e che conta su di lei per risanare la situazione.

Non era chiaro questo nella mente di Liliana, bloccata dall’arrabbiatura e mano a mano che l’arrabbiatura si dissolve, lascia spazio alla riflessione ed apprezza il senso della delega.

Di fatto è il massimo riconoscimento che arriva dal suo responsabile nei suoi confronti e questo la spinge a riflettere fino ad identificare un piano di lavoro che la porta ad operare in tre diverse direzioni:

  1. il gruppo dei collaboratori;
  2. il suo responsabile;
  3. se stessa.

E finalmente … i risultati arrivano! In una prima fase come miglioramento del clima aziendale e poi anche degli obiettivi numerici che l’azienda chiede.

Se ti sei rivisto in questa situazione e desideri intraprendere un percorso di consapevolezza su questi temi del business coaching, è possibile contattarmi via email scrivendo a info@lauramarinelli.it.

Come gestire il cliente che fa come vuole

Come puoi riuscire a farti ascoltare e seguire dal cliente, che prima dice una cosa e poi ne fa un’altra?
Come fare quando ti dimostra fiducia e poi fa come vuole?
Come ti senti quando ti dice che seguirà il tuo consiglio, ma poi fa l’opposto, arrecando danno a se stesso?
Vale la pena di continuare con questo cliente o è meglio abbandonarlo al suo destino?
E poi, chi sbaglia: lui od io? E chi cambia e cosa?

 

Tu sei serio e il tuo cliente sembra non esserlo…

Saverio è un consulente finanziario, che mi chiede aiuto per la situazione appena descritta. Per fare un esempio tratto dalla sua quotidianità:

Dico al cliente di non vendere in questo momento i suoi titoli. Mi dice di sì e poi vende…

Saverio è in crisi… Lui che è una persona molto seria, etica e professionale, che fa tutto ciò che è meglio per il suo cliente o potenziale. Eppure ha un potenziale cliente, che in diverse visite gli ha detto che avrebbe seguito il suo consiglio e poi ha fatto l’opposto.

Ciò che mette fortemente in crisi Saverio è che il potenziale cliente continua a riceverlo, gli dimostra interesse e poi fa di testa sua.
Saverio non capisce perché accade questo. È demoralizzato Saverio. Si sente preso in giro e non capisce neanche lui come comportarsi e come correggere il tiro. Vuole verificare se c’è qualcosa che può fare lui o se deve mollare la presa ed abbandonare il potenziale cliente.

 

Quando provi a mollare, lui ti cerca

È proprio in crisi e non riesce a capacitarsi del perché alcuni clienti sono molto sereni e seguono le sue indicazioni senza batter ciglio, mentre con questa persona sembra non esserci via d’uscita. E ciò che lo stupisce ancor più è che il potenziale cliente vuole incontrarlo quando Saverio prova a interrompere il rapporto. Quindi lo vuole proprio vedere e poi fa come vuole.

La consulenza di Saverio è sofisticata, muovendosi tra investimenti, acquisti e vendite di beni mobili e immobili, oscillazioni di titoli in borse valori anche internazionali, valutazioni degli impatti fiscali sulle diverse alternative, successioni e aspettative dei clienti. Il settore in cui opera è molto tecnico e lui sa di essere molto preparato. Le conferme, molto positive, arrivano da diversi soggetti, eppure, ogni tanto, appare il cliente che ti dice “Sì” e poi fa l’opposto, pur sapendo che questo agire crea danno economico a se stesso.

Saverio è scoraggiato e si chiede perché questo cliente si comporti in questo modo ogni volta e non sa veramente più che fare. Inizia perfino a pensare se non sia lui ad essere sbagliato da qualche parte.

 

Il nostro percorso di consapevolezza verso il miglioramento della leadership

Mi racconta i dettagli di alcuni incontri avuti con la stessa persona e ci concentriamo solo su questo caso, preparando Saverio a prendere il prossimo appuntamento al telefono e a come gestire l’incontro in presenza.

Sono molteplici le considerazioni e gli allenamenti da fare. All’inizio Saverio è così scoraggiato e senza speranza che sembra credere poco che ci possa essere qualcosa di diverso da fare. Eppure si impegna, si confronta, facciamo simulazioni, correggiamo gli errori. Andiamo avanti per un po’, finché arriva la svolta!

 

La luce della fiducia in se stesso

Improvvisamente si illuminano gli occhi di Saverio. La luce, potente, della fiducia, del sorriso e del coraggio è arrivata sullo sguardo di Saverio e da lì in poi, dimostra di avere capito quali errori stava facendo. È con la frase:

“Ho capito come funziona!”

che sottolinea a voce di essere giunto al punto focale su cui stavamo lavorando.

 

Dove nasceva il contrasto relazionale?

Capisce infatti che il suo modo di essere cozza con il profilo della personalità di questa persona, che Saverio vuole far diventare suo cliente. Comprende che il modo di parlare e lo stile di relazione che crea con il suo interlocutore appare debole e poco convincente ad un interlocutore che ha un profilo deciso e determinato. Saverio si impegna negli esercizi di allenamento che facciamo e nel suo volto appare il sorriso ed anche quella luce potente e particolare di chi ha accettato la sfida, che lo diverte ora e lo porta al bellissimo risultato che aspettava da tempo.

È così che Saverio è pronto per affrontare in modo diverso la stessa sfida con un’altra persona. Prende l’appuntamento e incontra il nuovo potenziale cliente, forte dei nuovi strumenti che porta con sé, ora, in ogni incontro. Ed ha successo e mi dice:

“Era pure facile, sapendo come farlo!”

Senso di inadeguatezza al lavoro

Mi sento inadeguata al lavoro e non so più chi sono

Cosa accade quando ci sentiamo inadeguati al lavoro?
Possiamo essere così tanto in difficoltà da rendere difficili le funzioni di base del corpo umano e minare la nostra identità?
Come si esce da una situazione di questo tipo?
Riusciamo a superare queste difficoltà da soli?
Quali sono i segnali che ci dicono che è ora di chiedere aiuto?

Sentirsi inadeguati al lavoro

Ecco uno dei tanti casi seguiti. Donna di mezza età, funzionario di banca, mi contatta perché non dorme la notte. È preoccupata, per l’insonnia e mi racconta che non capisce più cosa deve fare al lavoro. Si sente confusa e non sa più chi è e cosa deve fare. Si sente sempre non adeguata al suo ruolo.

La sua banca è stata assorbita da un’altra e, a chi è arrivato per ultimo, è stato modificato il ruolo professionale.
Risultato: da un ruolo manageriale di responsabile di filiale, ora è al servizio di supporto telefonico al cliente. Non dorme la notte per le preoccupazioni che vive e mi chiede aiuto.

Cambiare azienda significa tanti cambiamenti:

  • la tipologia di organizzazione interna adottata;
  • il linguaggio interno di comunicazione;
  • la relazione tra colleghi;
  • gli strumenti che sono dati in uso al personale;
  • le procedure interne per il governo dei processi così come quelle esterne per la gestione dei clienti.

Non ce ne rendiamo conto, ma sono tanti gli elementi che subiscono modificazioni e rispetto ai quali dobbiamo adottare nuove strategie e nuovi comportamenti.

“Non dormo per le preoccupazioni che ho sul lavoro”: quando il corpo non trova riposo

Il mancato sonno è un segnale fisico che dice chiaramente quando siamo in crisi. Il corpo è infatti l’ultima terminazione di una macchinario complesso, come quello dell’essere umano. Se non lavora più nel modo corretto, sei certo che sei andato troppo oltre. Non regge più!

Le preoccupazioni, le paure, il depotenziamento emotivo legato al senso di inadeguatezza sono gli altri elementi che sul fronte emotivo contribuiscono ad arricchire lo stato di difficoltà e come tali, lo completano.

Come se ne può venire fuori? Vorremmo molto riuscire a risolvere da soli ed è giusto provare. Quando decidiamo di chiedere aiuto, abbiamo già tentato da soli più volte e non ci siamo riusciti. Se continuiamo ad avere lo stesso stato di confusione mentale, difficoltà a dormire e senso d’incertezza e d’inadeguatezza, vuol dire che la situazione non sta migliorando.
È legittimo provare. Poi sta a noi decidere quanto, e quanto a lungo, vogliamo stare male.

Un po’ di life coaching per riposizionare l’angolo di visuale

In questi casi il coaching porta la persona a stare meglio già nel giro di pochi incontri. Supporta la persona, aiutandola a intravedere nuovi elementi, positivi e che sono i nostri punti di forza, di cui spesso siamo poco consapevoli o che ora, nello stato di caos che viviamo, non riusciamo più a vedere.

Il coaching aiuta anche a riposizionare l’angolo di visuale, che in questo caso non è “non dormo”, ma è “mi sento inadeguato al lavoro”.
E su questo lavora in tanti modi:

  • andando a ridurre le paure;
  • togliendo quel senso di confusione e di nebbia che in certi periodi abbiamo in testa;
  • individuando le strategie migliori da adottare sul posto di lavoro, sia con i clienti sia con i colleghi.

Individuare la reale fonte di preoccupazione da soli è difficile per tutti noi. Ancor più lavorare su questo aspetto nel modo opportuno.