Life coach - Affrontare il padre

Come reagiamo alle aspettative altrui? Siamo in grado di affermare chi siamo e cosa vogliamo o subiamo il volere degli altri?
E come reagiamo quando in ballo c’è il confronto padre-figlio?

Amedeo è figlio di un imprenditore. È da un po’ in azienda con un ruolo operativo. Sembra andare tutto bene: il padre è soddisfatto, anche il figlio appare in linea con le aspettative della famiglia e dell’azienda.

Poi, improvviso, il cambio di direzione. Amedeo ha capito che non è questa la sua strada. Ha realizzato che le sue passioni artistiche sono ciò che vuole fare nella sua vita.
Realizza questo poco prima che il padre dica al figlio che, visto che sta andando tutto per il meglio, vuole lasciare il posto di comando e trasferire tutto al figlio. Il padre vuole mettersi in seconda  linea e far mettere in prima proprio il figlio.

 

Il tarlo del dubbio: quando la passione bussa alla porta

Amedeo è disperato. Ha lavorato seriamente in questi anni in azienda, ha ottenuto i risultati desiderati eppure … il tarlo del dubbio lo assilla.
Dipingere è la strada. È ciò che lo appassiona veramente. È il motore del suo pensiero e della sua azione in ogni momento del giorno, non appena il lavoro gli lascia tempo, spazio ed energia per la sua creatività.

La consapevolezza è giunta. Gli è chiaro, ora, ciò che vuole fare ma … come dirlo al padre?
Come fargli capire che ciò che lui vuole non è ciò che si aspetta il padre?

Ha timore di deluderlo. Ha paura che il padre reagisca male e teme anche che questo possa far reagire anche la madre, che tanto ha fatto per costruire armonia, quando i rapporti tra i due non erano così sereni nell’adolescenza del figlio.

E poi, chi prenderà le redini dell’azienda familiare in assenza di altri eredi?
La sua scelta obbligherà il padre a rimanere operativo in azienda, quando invece desidera tirarsi indietro?

 

Il confronto con le figure più importanti della vita: i genitori

Non sa proprio come fare: da una parte c’è lui con la sua vita, i suoi sogni e le sue aspettative. Dall’altra c’è la sua famiglia, ma anche l’azienda di famiglia. Ognuno chiede qualcosa e Amedeo non sa come uscire da questa situazione. Ha paura di incrinare i rapporti. Ha paura di deludere. Teme reazioni forti, offese e umiliazioni delle reazioni aggressive ed autoritarie, che ha visto in passato.

È un percorso di confronto e di relazione con le figure più importanti della sua vita, i genitori, quello che prende il via.

 

Chiarire le proprie posizioni da adulto ad adulto

La soluzione arriva nei diversi colloqui che ha con il padre che, all’inizio annientato dalla notizia, poi si rende conto che non può imporre la sua soluzione al figlio.
Amedeo ed il padre riescono a parlarsi ed a chiarire le proprie posizioni da adulto ad adulto. Ognuno riesce a mettere da parte qualcosa di sé ed aprire il proprio cuore all’altro.

La scelta è complessa, ma ciò che aiuta è capirsi e chiarirsi.
Negli incontri che si susseguono si accettano l’un l’altro, con le diverse posizioni ed orientamenti. Insieme valutano come gestire questa situazione e trovano alcune alternative da percorrere e valutare.
Amedeo riconosce che parlare a suo padre è stato possibile ed in fondo più semplice di quanto potesse immaginare.

 

Quando affermare la propria personalità e le proprie aspettative sembra complesso

Quando affermare la propria personalità e le proprie aspettative ti appare troppo complesso, per la difficoltà del dire oppure per il timore reverenziale nei confronti di una figura importante della tua vita oppure per la paura delle reazioni o ancora perchè proprio non sai come avviare il discorso, allora possiamo prevedere un percorso di coaching dedicato a te.

È con il percorso di evoluzione specifico per te che ti allenerai al cosa dire – come dirlo – in funzione del tuo interlocutore, superando le tue paure e le insicurezze ed aumentando la tua consapevolezza nella gestione degli stati emotivi propri ed altrui, della comunicazione e della costruzione della relazione con ogni singolo interlocutore.

Scrivimi su info@lauramarinelli.it per un primo contatto. La strada la faremo insieme!

Sentirsi emarginati in famiglia

Cosa accade in noi quando viviamo un’esclusione? Ci chiudiamo in noi stessi o troviamo la forza per reagire? Quanto facciamo cadere su di noi la colpa di ciò che accade e quanto siamo oggettivi nel valutare le responsabilità di ognuno? Ed infine, come ne usciamo?

Questa volta ti racconto la storia di Antonietta. È sposata da diversi anni con un uomo di cui è innamorata. È una donna di mezza età, hanno avuto due figli e la coppia è ben salda.

Sentirsi emarginati in famiglia

Qualcosa nella vita di Antonietta non va come lei vorrebbe. Si sente esclusa dalla famiglia del marito. Racconta che la suocera la fa sentire marginale, come una persona la cui opinione non solo non è importante, ma a cui dare così poco peso da non essere neanche presa in esame.

Non va meglio neanche con le cognate, le sorelle del marito, dalle quali riceve un messaggio molto simile di scarsa considerazione, nonostante un’età ed una cultura molto più simile alla sua.

Antonietta ha avuto diversi successi professionali: è stato ed è attualmente Responsabile delle Risorse Umane di importanti aziende nazionali ed internazionali; ha una bella famiglia solida ed unita; ha uno splendido rapporto con il coniuge, anche se il tarlo di un ridotto apprezzamento da parte di questo entourage familiare le dispiace e qualche volta crea frizioni con il coniuge.

È una donna molto attenta ed intuisce che i piccoli screzi vanno analizzati, pesati e considerati, ben prima che diventino voragini. È una delle poche persone che chiede aiuto quando le cose funzionano abbastanza bene, anche se non splendidamente. In genere le persone chiedono aiuto quando il dramma … è già scoppiato!

Antonietta piange quando arriva a dire che lei non chiede facilmente aiuto e se lo fa, è proprio perché non regge più la situazione. Ha avuto difficoltà ad ammettere a se stessa, che si sente ferita molto intimamente dall’atteggiamento dei suoi familiari, lei che professionalmente riceve invece tanti messaggi positivi di valore – alto – di considerazione e di stima, da tante persone diverse e di ruoli, anche apicali.

Il dolore della solitudine in famiglia

È profondamente triste quando arriva a sentire il suo dolore, così intimo, così profondo, così poco conosciuto. È un dolore tutto suo, vissuto nella solitudine, visto che non vuole parlarne al marito, per non farlo sentire in difficoltà. Non ne parla neanche con le amiche, perché intuisce che forse non saprebbero come supportarla, lei che è una persona esigente e molto attenta e per questo, non facile da essere affiancata.

È da questa profonda tristezza, toccata e poi ammessa, che inizia la risalita.

Il percorso di consapevolezza di Antonietta

Antonietta inizia a riconsiderare atteggiamenti, comportamenti, frasi e stati emotivi sia suoi sia delle cognate e della suocera. Aumenta la consapevolezza su alcune dinamiche che stavano accadendo nella sua famiglia.

Intuisce che con le cognate ci possono essere più confronti, non solo quello professionale, e così con la suocera, con cui ci possono essere più livelli di paragone, sia da parte della suocera sia da parte sua e questo vale anche per il coniuge.

Iniziamo a lavorare sul suo percorso di consapevolezza sui diversi aspetti che entrano in gioco in questa situazione.

È la stessa Antonietta a sintetizzare cosa è accaduto e mi dice:

“Non è smesso di piovere. Ho capito che devo aprire l’ombrello quando piove, perché la pioggia … io non la governo!”

Se anche tu ti senti escluso dalla tua famiglia, o magari dai colleghi, o forse dagli amici e vuoi cambiare marcia, contattami scrivendo a info@lauramarinelli.it e valutiamo un percorso di evoluzione calibrato sul contesto che tu stai vivendo.

Senso di inadeguatezza al lavoro

Cosa scatta nella nostra testa quando riceviamo più e più rimproveri? Quando il capo ci continua a dire che non abbiamo portato i risultati voluti o che non abbiamo fatto quello che lui si aspettava, che accade dentro di noi? Chi sbaglia: noi o il responsabile? A chi tocca fare la prima mossa? E quale mossa fare? Se anche tu ti sei trovato in questa situazione, questo articolo ti può fornire i consigli giusti.

 

Perdere di vista il proprio ruolo professionale

Federico è un manager di un’azienda di servizi. È un responsabile di medio livello, cioè gestisce alcuni dipendenti e risponde del suo operato ad un responsabile di grado più alto del suo, che è arrivato da poco nella sua azienda. Ha un modo di lavorare molto diverso da quello che Federico conosce ed inizia a pressare Federico e la sua struttura con obiettivi numerici, con nuovi strumenti e con dichiarazioni che Federico fa fatica a comprendere ed anche a condividere.

Hanno continue riunioni, ma non riescono a trovare un filo comune di pensiero e di dialogo e Federico non riesce più a capire chi è e cosa deve fare.
Eppure ne ha di esperienza Federico: è nella stessa azienda e nello stesso ruolo da più di quattro anni, ma questo nuovo manager non riesce proprio a capirlo.
Cosa vuole da lui? Cosa deve fare? Cosa vuole che faccia anche nei confronti delle altre persone del gruppo?
Federico, pur cercando di chiarirsi le idee con il responsabile, non ci riesce ed entra così profondamente in crisi da dichiarare:

“Non so più chi sono professionalmente. Che devo fare?”

 

Sentirsi continuamente inadeguati

Il mutamento improvviso dello stile di lavoro e del linguaggio del nuovo manager lo disorienta così tanto e così profondamente, che Federico crolla emotivamente sulla dichiarazione della sua frase e scoppia perfino a piangere. È distrutto. Non a torto, visto che il sentirsi continuamente inadeguati, porta a sentirsi prima sbagliati e poi addirittura inutili.

La crisi professionale può minare l’identità della persona. Parte il dialogo interno che è del tipo “non vado bene” oppure “ho sbagliato anche questa volta” e che lentamente, un po’ per volta, sgretola la sicurezza della persona. Il pensiero ci guida in comportamenti ed atteggiamenti che possono essere funzionali o disfunzionali a seconda che sia positivo o negativo e per Federico è partita l’onda nera!

Federico si chiede cosa può fare o dire per cambiare in qualche modo la situazione e non sa proprio come affrontare questa situazione, complicata dal clima teso e nervoso che si è instaurato tra lui ed il suo manager.

Ri-analizziamo insieme le conversazioni. Ragioniamo sui diversi ruoli che hanno e sulle aspettative di ognuno. Federico prende in considerazione diverse alternative, allenandosi al cosa e come parlare al suo manager e ristruttura anche il suo modo di procedere nel lavoro, re-interpretando i messaggi che il manager gli manda.

 

La fiducia in se stessi: il raggio di sole

Ed arriva il raggio di sole! Federico torna ad avere fiducia in se stesso quando inizia a capire che lo scontro tra lui ed il responsabile era dettato più dall’incomprensione verbale e non da un giudizio negativo sulla sua persona. Iniziano perfino a capirsi, ora, quando parlano ed il manager arriva a  dichiarargli che ha fiducia in lui.

Federico avrebbe tanto desiderato non doversi accollare lui l’onere della prima mossa, ma capisce che non è importante chi parte per primo. È importante che qualcuno inizi a modificare qualcosa, perché i piccoli cambiamenti in noi, generano a cascata cambiamenti negli altri e questo vale anche nelle relazioni umane.

Se stai vivendo anche tu una situazione simile e vuoi migliorare il tuo modo di relazionarti e di comunicare, scrivimi a info@lauramarinelli.it e valuteremo insieme un percorso di crescita personalizzato su di te!

Lasciare l'azienda di famiglia

Cosa accade quando due generazioni si confrontano su questioni importanti come il futuro dei giovani e quello delle aziende familiari costruite dai genitori oppure della sopravvivenza stessa delle aziende?

Lasciare l’azienda ai figli: le paure

Il titolo non è messo lì a caso. È proprio la dichiarazione che mi ha fatto Lucio, fondatore di un’impresa oggi di successo, e che per arrivare a questa situazione ha avuto tante traversie e difficoltà.
È un uomo che si è fatto da solo, con i genitori e gli amici che, da giovane quando ha fondato la sua azienda, gli dicevano:

“Ma chi te lo fa fare?”

Visto che all’epoca potevi facilmente fare il dipendente.

La sua tenacia, la sua determinazione, la sua costanza lo hanno fatto partire e portare la sua azienda ad una posizione di prestigio a livello nazionale.
Ha i due figli in azienda già da parecchi anni. Ognuno ha il suo ruolo apicale e tutti e tre fanno parte del consiglio d’amministrazione. Ora Lucio inizia a pensare di lasciare totalmente le redini dell’azienda in mano ai figli, ma non è tranquillo. Anzi, ha proprio paura.
Di cosa? Li vede poco collaborativi, anzi quasi in competizione tra loro, in una gara a chi può prendersi prima il riconoscimento del padre.
Lucio è dilaniato. Vuole bene ad ambedue i figli, eppure gli si spezza il cuore nel vederli nervosi, irrequieti, sempre insoddisfatti ed agitati nelle riunioni dove sono tutti e tre presenti.

Lucio ha paura.

“Quanto ci metteranno a distruggere l’azienda e la solidità che ho costruito in tanti anni?”

chiede, sapendo che non c’è risposta.

 

Continuare l’attività di famiglia

Ci possono essere tanti aspetti da valutare dietro una  situazione di questo tipo, tra cui, anche, i rapporti familiari di ciascun componente della famiglia con ognuno degli altri.
La complessità c’è, ma quando inizi a rasserenare gli animi su un ambito, anche fosse quello lavorativo, la persona ne guadagna in ogni aspetto della propria vita.

Gli incontri di coaching di gruppo portano i risultati sperati. Lucio, e non solo lui, ma anche ognuno dei figli, si allineano su una nuova modalità di relazione tra loro e diventano molto più sereni. Arriva un po’ per volta la serenità, mano a mano che ognuno di loro affronta nelle riunioni con gli altri familiari le questioni più delicate, ed insieme valutano le alternative e le scelte da intraprendere. Scoprono il valore dell’essere insieme e non da soli. Scoprono che il gruppo può portare a risultati maggiori della somma dei singoli contributi ed aprono il cuore agli altri componenti della famiglia.

 

Business coaching “familiare”

Lucio ora è contento! Finalmente sono insieme, veramente insieme a gestire le situazioni complesse, e non è più preso dal dubbio se allontanare i figli dall’azienda, per salvaguardarne la sopravvivenza. I figli sono con lui e lo supportano.

Anche i figli sono soddisfatti. Anche per loro avere finalmente il proprio spazio, la propria considerazione, il proprio ruolo ed il proprio riconoscimento dà pace e serenità. Non è più la lotta quotidiana a conquistare chissà cosa. È la famiglia, che si muove insieme con l’azienda, per sfide future sempre più allettanti. Insieme, però!

Senso di inadeguatezza imprenditoriale

Vuoi fare l’imprenditore, ma non sai come fare? Leggi l’articolo e magari trovi il suggerimento che ti serve!

I nostri nemici: i dubbi e le paure

Spesso le persone mi raccontano di desideri, obiettivi, volontà che vorrebbero realizzare e che hanno provato in tanti modi a vedere soddisfatti, ma non ci sono riusciti. A volte ci facciamo bloccare dai dubbi, altre volte da scarsa determinazione e più frequentemente dalle nostre stesse paure.

E allora come si può riuscire a superare il blocco alle nostre paure?
È quello che fai con il coach.
Per spiegarlo userò ora la metafora della fiaba “La gabbianella e il gatto” scritta da Luis Sepulveda, autore mancato nei mesi scorsi.

Tu sei la gabbianella ed il coach è il gatto che, per cause eccezionali, adotta una piccola gabbianella rimasta orfana a causa di uno sversamento di petrolio, avvenuto mentre lei e la sua mamma attraversano l’oceano.
La piccola si salva. La mamma no.
Il gatto si prende cura della piccola, finché non arriva il momento di insegnarle a volare. Come può riuscire un gatto ad insegnare a volare, lui che non sa volare e che non ha un corpo strutturato per il volo?

Troppe decisioni da prendere

È proprio questa la storia di Giovanni. È socio di una srl. L’altro titolare sta per andare in pensione e toccherà a Giovanni prendersi in carico le funzioni che prima svolgeva l’altro, tra cui anche gestire l’azienda, cioè fare l’imprenditore.
Non l’ha mai fatto e sa di non sapere cosa dovrà fare e come farlo.

È tanto preoccupato. Si sente inadeguato e perfino prendere delle decisioni, lui in genere uomo molto deciso e con idee ben chiare, non riesce più; quando lo fa è insicuro, lento e titubante.
Sente sulle proprie spalle la pesantezza del dover fare scelte e questo lo blocca nella sua paura!
Continua a dire:

“Sto in pena per tutte le decisioni che devo prendere. Le prendo tardi. Ho sempre il dubbio se ho fatto bene o male. Per me è un dolore prendere le decisioni”.

Vale a dire, è terrorizzato e totalmente bloccato nelle sue paure!

 

Il percorso di consapevolezza di Giovanni

Inizia il percorso di coaching e finalmente Giovanni si sblocca. Un po’ per volta. Incontro dopo incontro.
Argomento dopo argomento, torna sereno e fiducioso in se stesso e nella sua capacità di poter fare l’imprenditore, di essere in grado di farlo e di poterlo fare bene.
Acquisisce la consapevolezza sulle sue proprie abilità, sulla sua pluriennale esperienza e sulla sua propria forza.
Non c’è un momento in particolare in cui cambia il suo stato d’animo. È la ricchezza del percorso a fare la differenza in Giovanni, che un po’ per volta diventa consapevole delle tante e buone scelte fatte nel passato e che sono la base da cui partire.
Tutto ciò che serve per iniziare il volo ed andare lontano! E va lontano! Lui e la sua azienda stanno navigando a vele aperte anche in questo periodo. Proseguono la loro attività, aumentano i clienti ed anche i dipendenti.
Forza tutta, Giovanni!

Senso di inadeguatezza al lavoro

Mi sento inadeguata al lavoro e non so più chi sono

Cosa accade quando ci sentiamo inadeguati al lavoro?
Possiamo essere così tanto in difficoltà da rendere difficili le funzioni di base del corpo umano e minare la nostra identità?
Come si esce da una situazione di questo tipo?
Riusciamo a superare queste difficoltà da soli?
Quali sono i segnali che ci dicono che è ora di chiedere aiuto?

Sentirsi inadeguati al lavoro

Ecco uno dei tanti casi seguiti. Donna di mezza età, funzionario di banca, mi contatta perché non dorme la notte. È preoccupata, per l’insonnia e mi racconta che non capisce più cosa deve fare al lavoro. Si sente confusa e non sa più chi è e cosa deve fare. Si sente sempre non adeguata al suo ruolo.

La sua banca è stata assorbita da un’altra e, a chi è arrivato per ultimo, è stato modificato il ruolo professionale.
Risultato: da un ruolo manageriale di responsabile di filiale, ora è al servizio di supporto telefonico al cliente. Non dorme la notte per le preoccupazioni che vive e mi chiede aiuto.

Cambiare azienda significa tanti cambiamenti:

  • la tipologia di organizzazione interna adottata;
  • il linguaggio interno di comunicazione;
  • la relazione tra colleghi;
  • gli strumenti che sono dati in uso al personale;
  • le procedure interne per il governo dei processi così come quelle esterne per la gestione dei clienti.

Non ce ne rendiamo conto, ma sono tanti gli elementi che subiscono modificazioni e rispetto ai quali dobbiamo adottare nuove strategie e nuovi comportamenti.

“Non dormo per le preoccupazioni che ho sul lavoro”: quando il corpo non trova riposo

Il mancato sonno è un segnale fisico che dice chiaramente quando siamo in crisi. Il corpo è infatti l’ultima terminazione di una macchinario complesso, come quello dell’essere umano. Se non lavora più nel modo corretto, sei certo che sei andato troppo oltre. Non regge più!

Le preoccupazioni, le paure, il depotenziamento emotivo legato al senso di inadeguatezza sono gli altri elementi che sul fronte emotivo contribuiscono ad arricchire lo stato di difficoltà e come tali, lo completano.

Come se ne può venire fuori? Vorremmo molto riuscire a risolvere da soli ed è giusto provare. Quando decidiamo di chiedere aiuto, abbiamo già tentato da soli più volte e non ci siamo riusciti. Se continuiamo ad avere lo stesso stato di confusione mentale, difficoltà a dormire e senso d’incertezza e d’inadeguatezza, vuol dire che la situazione non sta migliorando.
È legittimo provare. Poi sta a noi decidere quanto, e quanto a lungo, vogliamo stare male.

Un po’ di life coaching per riposizionare l’angolo di visuale

In questi casi il coaching porta la persona a stare meglio già nel giro di pochi incontri. Supporta la persona, aiutandola a intravedere nuovi elementi, positivi e che sono i nostri punti di forza, di cui spesso siamo poco consapevoli o che ora, nello stato di caos che viviamo, non riusciamo più a vedere.

Il coaching aiuta anche a riposizionare l’angolo di visuale, che in questo caso non è “non dormo”, ma è “mi sento inadeguato al lavoro”.
E su questo lavora in tanti modi:

  • andando a ridurre le paure;
  • togliendo quel senso di confusione e di nebbia che in certi periodi abbiamo in testa;
  • individuando le strategie migliori da adottare sul posto di lavoro, sia con i clienti sia con i colleghi.

Individuare la reale fonte di preoccupazione da soli è difficile per tutti noi. Ancor più lavorare su questo aspetto nel modo opportuno.

Perfezionismo e spontaneità - Business coaching

Che accade in noi quando riceviamo un’eredità importante, ma non una delega di pari livello?

Ho affrontato più volte questo genere di ostacoli e la chiave di volta è che ognuno di noi ha bisogno di trovare la sua strada, il proprio stile di fare le cose.
Ci riesci solo se hai al fianco qualcuno che ti sprona a tentare e sperimentare, finché non giungi a ciò che ti soddisfa, a volte anche tornando indietro su scelte fatte in precedenza, e che nel percorso ti fa assaporare il gusto di ciò che ti è riuscito di fare, proprio come lo avresti voluto fare tu!

È quanto accaduto con Giuliano e Caterina (nomi di fantasia), che sono fratello e sorella. Sono figli di un imprenditore che, quando ha deciso di ritirarsi dal lavoro, ha dato loro la gestione dell’azienda in cui i figli già lavoravano da diversi anni. Il padre è sempre lì che osserva e mette bocca sempre meno, perché vede che l’azienda, che lui aveva fondato e sviluppato, viene portata avanti bene dai figli, che riescono a continuare a lavorare per le grandi griffe, da cui sono apprezzati e riconosciuti.

Il fatturato aumenta, i dipendenti sono soddisfatti, così i clienti ed anche i titolari.

Il bisogno di conferme e il desiderio di miglioramento

Perché mi incontrano i figli? Hanno bisogno di conferme, hanno bisogno di sapere che stanno facendo bene; vogliono individuare percorsi di miglioramento per loro personalmente, sia nel gestire i dipendenti, sia i clienti.
Mi raccontano che si sono trovati improvvisamente a fare gli imprenditori e si sono presi la responsabilità sulle loro spalle, ma non sanno come lo stanno facendo. Hanno cioè bisogno di aumentare la propria consapevolezza su ciò che fanno e sul come lo fanno, per poi decidere il se e come evolvere.

Decidiamo per un percorso di 4 incontri individuali di coaching ad ognuno dei due titolari. Questo perché gli incontri individuali permettono una maggiore personalizzazione rispetto anche ai diversi ruoli che ricoprono.
Giuliano è responsabile Commerciale e quindi sono in capo a lui le relazioni con i prestigiosi clienti.
Caterina è responsabile del Design dei prodotti ed è quindi l’anello di congiunzione tra la produzione, quindi le maestranze, e la clientela.

Gli incontri sono stati organizzati a distanza di 3 settimane l’uno dall’altro, per cui il percorso di coaching in 4 mesi, da maggio a  settembre, si è chiuso con i due titolari soddisfatti delle conferme che hanno ottenuto.

Il coaching per lavorare sulla consapevolezza

La scelta degli incontri individuali ha dato loro la consapevolezza e le risposte che stavano cercando, pur percorrendo strade simili (4 incontri ciascuno) ma con modalità diverse, perché ad ogni incontro abbiamo affrontato i temi che i coachee, cioè Giuliano e Caterina, avevano bisogno di verificare.

Gestire l’insonnia e i pensieri negativi: il percorso di Giuliano

Il primo obiettivo che Giuliano ha raggiunto con i 4 incontri è stato di ottenere uno stato di benessere psico-fisico, visto che:

  • aveva difficoltà a dormire;
  • faceva tanti sospiri;
  • entrava nel loop dei pensieri negativi ricorrenti;
  • faceva partire il dialogo interno tetro e pessimista.

Abbiamo intrapreso un programma di benessere, basato su esercizi di respirazione e meditazione veloce, che nel giro di soli due incontri gli ha dato immediatamente la sensazione di star meglio.

Giuliano è riuscito anche ad aumentare la consapevolezza che il proprio benessere personale è quello che poi riversi sui tuoi dipendenti e sui tuoi clienti ed è la chiave per raggiungere l’incremento di fatturato.
L’aumento di fatturato era tra i suoi obiettivi aziendali.
Solo un imprenditore che sta bene ogni giorno è in grado di gestire bene e con serenità l’azienda ed i clienti, un giorno dopo l’altro.

Infine Giuliano ha capito che doveva adottare uno stile di leadership maggiormente basato sulla delega, se non voleva diventare lui stesso il limite alla crescita della propria azienda.

Alla fine dei 4 incontri previsti Giuliano ha commentato la sua esperienza come molto positiva per aver raggiunto la maggiore consapevolezza sull’importanza del sé, proprio in funzione del gestir bene la sua azienda ed ha pianificato il successivo intervento per far crescere un paio di manager all’interno dell’azienda.

Il peso delle responsabilità e il perfezionismo: il percorso di Caterina

Caterina era tra i due la persona che aveva fortemente voluto il percorso di coaching. Era lei ad avere probabilmente più bisogno di confronto per prendere coscienza che il “voler far bene”, valore familiare a cui ambedue si sono ispirati, aveva prodotto i suoi frutti sia nei confronti dei clienti e sia dei dipendenti. Ha sentito di più del fratello il peso del prendersi in carico la responsabilità del diventare imprenditrice, quando fu il momento. Forse questo è stato anche dovuto al fatto di avere un padre autoritario e maschilista, che le aveva lasciato poco spazio nel decidere, ad esempio, come rapportarsi ai dipendenti, rispetto ai quali le aveva imposto uno stile distaccato ed autoritario, che a lei pesava molto. In fondo stava cercando di trovare il proprio stile di fare alcune attività tra cui: come rapportarsi ai dipendenti e ai funzionari dei clienti; avere più spirito d’iniziativa e sentirsi meno legata al giudizio del fratello.

Se l’aspetto che mi aveva colpito in Giuliano era stato il “sospirare frequentemente”, per Caterina era stata l’eccessiva presenza del “sempre” nel suo linguaggio.
Il perfezionismo di Caterina la stava esasperando.
Con ambedue abbiamo fatto esercizi per aumentare la loro consapevolezza su questi aspetti personali di ognuno di loro e così si sono resi conto autonomamente di come, se continui ad alzare l’asta che devi saltare, sei tu stesso a pretendere sempre di più da te. E questo non è sempre positivo, soprattutto in casi come questi, dove sono le stesse persone che tendono a voler fare bene.

Pretendere sempre di più può portare a stati, anche fisici, di difficoltà. Caterina aveva spesso il mal di testa, collegato anche ad alcune patologie mediche, e guarda caso “sempre” di notte quando la testa dovrebbe smettere di pensare e provvedere al riposo.

Anche con Caterina abbiamo fatto un lavoro sul benessere personale in primis e poi sul linguaggio, cioè come lei parla agli altri e come parla a se stessa.

Il risultato raggiunto me lo ha sintetizzato nel seguente modo all’ultimo incontro:

“Mi emoziona che ho avuto proprio quello che volevo, che ho incontrato proprio te, che sei la persona giusta per dirmi che vado bene così, che sono sul pezzo, adatta a questo tipo di lavoro. È vero, lo sapevo già, ma hai bisogno di conferme da altri, che siano al di fuori proprio di tutto. Io avevo bisogno proprio di questo: di conferme. Mi voglio un po’ più di bene ora.”

E finalmente ha riconosciuto che sulle valutazioni dei clienti aveva ottenuto tutti 10, cioè il massimo dei voti.

Il potere della spontaneità

In conclusione dunque la spontaneità conta. Vale per noi, per la nostra dignità personale e per la coerenza con i nostri valori. Vale per gli altri, perché si accorgono quando i nostri comportamenti non sono spontanei. E per essere spontanei bisogna aver sperimentato stili diversi, averli selezionati ed infine aver scelto quello che è più in linea con il nostro cuore!