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Come scrivere il cv

Studiamo argomenti complicatissimi e riusciamo a laurearci a pieni voti. Poi ci fermiamo di fronte alla prima attività utile alla ricerca di lavoro: scrivere il proprio cv. Sembra facile, ma ha un contenuto ed una struttura tecnica, con una parvenza molto discorsiva. Se sei in questa situazione o sai di amici o parenti che sono vicini alla redazione del cv, leggi questo articolo e saprai come aiutare le persone a te care.

 

Uno stato depotenziato: il momento post lauream

Chiameremo Franca la neo ingegnere nucleare che mi contatta per chiedere aiuto sulla scrittura del curriculum vitae.
È fresca di nomina a dottoressa e dovrebbe essere contenta e soddisfatta sia per il traguardo raggiunto sia per il risultato ottenuto: il massimo di voti.
Eppure Franca non è poi così soddisfatta. O meglio, lo è per ciò che ha già raggiunto, ma non sprizza euforia e felicità. Sembra non apprezzare in pieno, il senso e l’eccellenza di quanto fatto fino ad ora.

Quando le chiedo spiegazione di questo stato depotenziato, dopo essermi congratulata con lei per i risultati ottenuti, ammette che non è contenta.
Non si aspettava di essere messa in scacco, a laurea conseguita, dal primo impegno che avrebbe affrontato. Eppure sembra anche un’attività semplice, forse perfino banale se confrontata con la sofisticazione degli argomenti studiati durante l’università.

Racconta del suo stato d’animo con pochissima chiarezza. Usa affermazioni generiche, non sa che dire in fondo ed usa quel modo di conversare in cui ci giri intorno senza arrivare al punto, tipico di quando non sappiamo o non vogliamo dire.

Insisto e continuo a chiedere, ma Franca è abile a tergiversare senza focalizzare la questione.
Riprendo quello che sta diventando quasi un interrogatorio, visto che non capisco come si possa essere insoddisfatti con risultati cosi ricchi di successo, e finalmente Franca arriva al punto.

L’insoddisfazione e lo stop: la fatica di scrivere il curriculum

È proprio insoddisfatta. Mi dice che dopo avere studiato tanto, argomenti e formule complicatissimi su aree tematiche vaste ed interconnesse, non si aspettava proprio lo stop che le impone quella che, rispetto al suo percorso di laurea, sembra essere un’attività semplice: scrivere il curriculum.

Eppure Franca ha provato da sola più volte. Ha metodo, acquisito durante gli studi, per cui ha fatto ricerca e si è informata. Ha letto diversi manuali on-line per approfondire l’argomento, ma i risultati che ha raggiunto non la soddisfano. E ciò che le piace ancor meno è che non riesce a capire perché le varie versioni non le vanno a genio. Nessuna.

È piena di dubbi, di domande sia generiche sull’impostazione del lavoro, sia specifiche su singoli dettagli. Non le è chiaro perché non è soddisfatta ed è per questo che chiede aiuto.

 

Lavoriamo insieme sulla stesura del curriculum

Ci incontriamo e lavoriamo a stretto contatto ragionando e revisionando il contenuto più volte e finalmente Franca è contenta.
Si sente appagata, ora che vede che la sua presentazione personale la rispecchia sia graficamente sia per contenuti. Si rende conto che i dubbi affrontati l’hanno condotta su un binario di ragionamento che è completamente diverso da quello teorico accademico con cui l’aveva approcciato nella prima fase.

Abbiamo ragionato più e più volte sull’obiettivo del cv; sul come comporlo, sul cosa deve ed anche sul cosa non deve contenere. Abbiamo parlato di stili di comunicazione, di scelta dei font e dei caratteri, della lunghezza dei messaggi, di modelli di cv e di cosa vuol sapere chi legge.

Sorride Franca e sorride anche con gli occhi, oltre che con le labbra, quando dichiara che finalmente ha capito.
Ha messo a sistema il metodo ed alcune competenze che l’università le ha insegnato, con la sua stessa essenza, che in uno strumento così operativo come il curriculum vitae deve apparire.

 

Il curriculum: la fusione di persona e professionista

È proprio soddisfatta perché sente che ora è arrivata a quella definizione che la rispecchia non solo come persona, ma anche come professionista. E questo in un cv è davvero importante.

Il lavoro certosino di riflessione, di stesura, di sintesi, di rifinitura l’ha portata al risultato che avrebbe voluto: una presentazione sintetica, ma di spessore, da cui trapela la metodologia, l’ambizione professionale insieme ai sogni ed ai desideri di ciò che vuole diventare, proprio grazie al lavoro.

È ironica Franca quando commenta il lavoro fatto. Si prende anche un po’ in giro per la sua difficoltà ad orientarsi in uno strumento che ha una finalità ed una struttura tecnica, ma che appare non tecnico, anzi discorsivo. È ancora ironica quando ammette di aver tentato di ingegnerizzare il cv, quando infine si è resa conto che questo è uno strumento comunicativo sulla persona più che sulle competenze tecniche.

 

Il curriculum: chi sei e cosa puoi fare

Alla fine del percorso Franca riconosce che la doppia anima ingegneristica e quella umana si sono fuse in modo armonioso, così da comunicare in poche parole chi sei, cosa vuoi diventare e cosa puoi fare per l’azienda a cui ti stai proponendo.

Ride ancora pensando a quanto le è stato difficile all’inizio allontanarsi dall’impostazione accademica per raccontare se stessa.

Tutto questo sembra facile, ma non lo è e tutti abbiamo provato la difficoltà del sentirsi nel vestito giusto, né troppo stretto né troppo largo.

Se hai persone a te vicine, dai neo laureati alla prima stesura ai senior che vogliono riconfigurarsi professionalmente, che vogliono confrontarsi sui dubbi, dì loro di contattarmi scrivendo a info@lauramarinelli.it e ragioneremo insieme sul come organizzare e scrivere il cv.

A cosa serve il talento

Faccio tante cose che mi piacciono, ma come faccio a capire quali sono i miei talenti naturali?
Soddisfazione e insoddisfazione sul lavoro.
È sufficiente questa distinzione per capire per quali attività ho un talento naturale?
Più facile capire quando si è insoddisfatti, ma la soddisfazione come la rilevi? Ed è sufficiente per poter parlare di talento?
Se senti che potrebbe esserti utile qualche indicazioni, allora leggi l’articolo a seguire, storia vera di una professionista che in qualche modo già conosci un po’.

Questa di oggi è la storia vera. Mia. Quindi non adotterò nomi di fantasia, perché non ho bisogno di autorizzazione per poter raccontare di me stessa e non ledo la privacy di nessuno.

La riflessione non è partita da me, ma da alcune persone che ho seguito e che mi hanno posto la seguente domanda:

“Come si fa a capire quando stai usando il tuo vero talento?”.

Per cercare le parole giuste, semplici, ma esplicative, che aiutino le persone ad orientarsi in questi stati d’animo complessi e sottili, ho iniziato a pensare a me stessa, alla mia storia, alle esperienze di vita vissuta e a come io stessa ho rilevato ed interpretato i diversi messaggi che coglievo nelle occasioni di vita sperimentate negli anni.

Quando si può parlare di talento?

La prima osservazione è che per parlare di talento dobbiamo essere nell’area della soddisfazione. Le neuroscienze hanno confermato che l’essere umano memorizza maggiormente gli stati emotivi negativi, cioè quelli legati al dolore e alla tristezza, rispetto a quelli di gioia e di positività. Questo perché il cervello umano è programmato per la sopravvivenza, e per questo obiettivo il dolore e la tristezza devono essere rilevati e valutati con attenzione. Il cervello umano non è programmato per la felicità, al cui fine sono invece utili la gioia e la positività. Quindi ci rimangono più impresse le situazioni che ci creano disagio o dolore, rispetto a quelle che ci danno gioia.

Bene, messa la prima pietra sul funzionamento del cervello a proposito degli stati emotivi, scatta la seconda domanda:

“Come ho fatto io a capire la mia vera attitudine? Come ho fatto ad avere certezza che un’attività fosse quella di vera e grande soddisfazione per me, molto più di altre?”.

 

Qual è la mia vera attitudine?

Ci ho pensato parecchio ed ho cercato di ricordare le tante occasioni di insoddisfazione o, peggio ancora, di dolore vissute ed ho fatto notevole fatica a ricordare quelle positive che con il tempo, si ammorbidiscono, si offuscano ed entrano in quello stato di oblio in cui ci sfuggono i contorni, i dettagli, i passaggi ed i significati.

Pensa e ripensa, ho trovato una prima chiave di lettura che ho verificato con alcune persone e su cui mi sento di poter tirare la conclusione: il dubbio è già una certezza!

Che significa? Quando siamo in dubbio, in realtà siamo già certi che qualcosa non ci piace, ma, non sapendo indicare cosa, rimaniamo nel dubbio. Peccato che non funziona così nel caso contrario, cioè se sei soddisfatto non sei in dubbio. E’ per questo che il dubbio è una certezza. E’ la certezza che qualcosa, non meglio identificato, non ti soddisfa, non ti piace.

Non sapere identificare il cosa non deve sminuire la portata del significato del dubbio. Ricorda che quando sei in dubbio è il tuo cervello istintivo che parla e che ti dice “Qualcosa non va!”. Il fatto che tu non sia in grado di identificare il “cosa”, significa che il tuo cervello razionale non ha trovato ancora la risposta. Tra il cervello istintivo e quello razionale il più potente ed il più veloce nel trarre conclusioni è … quello istintivo, perché è deputato alla sopravvivenza che,  in alcune occasioni, si gioca sul millisecondo!

Allora, definito che per parlare di talento devi essere soddisfatto, possiamo dire che tutte le situazioni che viviamo e che ci danno soddisfazione sono termometri dei nostri talenti? No. Non è sufficiente.

 

Il talento lo rilevi solo in alcune situazioni speciali

Il talento lo rilevi solo in alcune situazioni speciali. Nel gergo tecnico del coaching, si dice che sei nell’area del talento quando sei in stato di “flow”.

Il flow è uno stato d’animo particolare. È soddisfazione. Non solo. È appagamento. Non solo. È gioia. Non solo. È connessione con l’Universo. Non solo. È raggiungere il significato che tu dai alla tua vita. Tutto questo contemporaneamente nella stessa situazione.

Ti chiederai: è possibile?

Sì. Io raggiungo il mio stato di flow al termine delle sessioni di coaching. Sono così soddisfatta, appagata, contenta e gratificata dai commenti e dai sorrisi delle persone che seguo, che non trovo pari soddisfazione in nessun’altra situazione professionale.

Per me lo stato di flow non arriva così intenso quando ho un incontro in un’azienda prestigiosa o quando incontro un personaggio importante e socialmente molto riconoscibile. In queste situazioni sono certamente soddisfatta, ma non sono in stato di flow.

È solo dall’insieme di tutti gli elementi descritti, in primis la soddisfazione delle persone che si affidano a me ed i loro sorrisi quando capiscono come modificare qualcosa della loro vita, che arrivo alla definizione profonda del significato della mia vita.

È qui l’area della mia potenzialità più alta: l’umanità, che trova la sua massima espressione nelle sessioni di coaching, quando affianchi una persona nel suo percorso di crescita.

 

Qual è il tuo talento?

E tu, sai quale sia l’area del tuo massimo talento? Ti è stato utile questo articolo per individuare il tuo stato di flow? Mi farà piacere leggere il tuo commento e se vuoi scoprire le tue potenzialità, scrivimi a info@lauramarinelli.it e ci lavoriamo insieme.

Tieni presente che operare nell’ambito delle tue virtù è il miglior modo per armonizzare l’equilibrio tra vita personale e professionale. Vale a dire che significa … andar via con un filo di gas!