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Come essere un buon manager

Essere il titolare di un’organizzazione comporta solitudine, incomprensione e delusione. A volte anche vergogna.
L’opposto angolo di visuale del dipendente e del titolare fa sì che le interpretazioni dei fatti possano essere molto distanti, addirittura opposte.
Leggi questa storia se anche tu hai provato qualche volta queste frustrazioni.
La storia di oggi racconta l’adrenalina del titolare, che ha appena preso il nuovo cliente, e che viene smorzata brutalmente dal dipendente, che non apprezza per nulla il risultato.

 

Rapporti coi dipendenti – Il business coaching per i manager

Anche gli imprenditori ed i titolari di studi di consulenza hanno bisogno di riconoscimento. Sembra semplice acquisire la fiducia dei nuovi soggetti da assistere ed aumentare il proprio portafogli clienti, ma così non è.
La visione della realtà dall’angolo di visuale del dipendente è completamente diversa da quella del titolare, che a volte è deluso dalla reazione negativa o sminuente del dipendente.
La storia di oggi racconta proprio la distanza che ci può essere tra la visione del titolare e quella del dipendente.

 

Come essere un buon manager – La storia di Angelo

Angelo, nome immaginario, è il titolare di uno studio consulenza. Ci sono una quindicina di dipendenti e lo studio gode di un momento molto favorevole, essendo in crescita.
Arrivano nuovi clienti grazie alla notevole capacità del titolare e delle sue relazioni.
Il periodo è piuttosto complicato, ma Angelo è sereno. Non ci sono ombre di fatturato e di incassi ed arrivano nuove aziende clienti, grazie al passaparola.
Molto soddisfatto ed orgoglioso di aver preso un altro cliente, Angelo torna in ufficio e dà la bella notizia, sicuro che un nuovo cliente sia una novità che sarà apprezzata dalla sua struttura.
Non poteva certo immaginare, Angelo, di ricevere una doccia gelata come reazione alla buona novella.
Non se lo aspettava e proprio non lo avrebbe mai neanche ipotizzato, così tanto lontano dal suo modo di pensare.
Certo non si sognava baci e abbracci alla dichiarazione, ma neanche che un dipendente potesse reagire male.
Certo non si aspettava che a questa dichiarazione un dipendente potesse reagire facendo affermazioni in modo sgarbato, considerando solo il carico aggiuntivo di lavoro.

 

Essere leader: i dubbi di ogni giorno

Angelo è fortemente deluso dal dipendente. Il turbamento è evidente nel suo modo di parlare. Gli sono rimasti tanti dubbi da questa vicenda sul proprio modo di pensare e di organizzare il lavoro, così come sulla sua capacità di scegliere i dipendenti, visto che aveva valutato questa persona in modo decisamente diverso.
Nelle sessioni di business coaching che avviamo, Angelo racconta delle motivazioni che lo avevano fatto propendere per questa persona al momento della selezione.
Ricorda bene le impressioni favorevoli che aveva ottenuto durante gli incontri e che lo avevano fatto propendere per questa persona rispetto agli altri candidati.
È in dubbio ora. Non sa se le caratteristiche positive siano reali o meno. Non sa più chi ha scelto e su quali elementi.
Forte invece è la certezza della delusione, la sua.
Mentre parla passa da uno stato d’animo di delusione e sconforto ad un altro, completamente diverso.

 

Essere leader: la catarsi

Avviene tutto all’improvviso quando trova autonomamente la risposta alle sue domande.
Ha avuto la sua illuminazione proprio mentre rifletteva delle condizioni iniziale che gli avevano fatto scegliere questo dipendente.
Ora ha capito. Ha trovato la chiave per interpretare la frase del dipendente e se ne va, correndo perché, come dichiara lui stesso:

“Devo andare, devo andare ora che ho capito. Devo andare a parlare con lui”.

Se anche a te capita di sentirti deluso per le reazioni dei tuoi dipendenti, se anche tu registri la distanza di visione tra te ed i dipendenti, se anche tu qualche volta ti vergogni di fronte ai tuoi dipendenti, allora inizia a pensare cosa fare di diverso per cercare una via d’uscita.
E se vuoi un confronto, scrivi a info@lauramarinelli.it e consideriamo cosa fare.

Business coaching per leader

Desideriamo tanto arrivare ad essere un “capo” e quando ci siamo, ci rendiamo conto che farsi rispettare non è semplice. Non basta il grado per far sì che le persone ci seguano. Ci vuole anche altro. È quello che con un solo termine chiamiamo leadership e che è composto da tanti aspetti, tra cui anche la coerenza della nostra comunicazione. L’incoerenza è l’errore che noi stessi agiamo e che si ritorce contro noi stessi. Difficile rilevarlo da soli.

Come essere credibili – Le doti del leader

Quando dobbiamo parlare ai nostri collaboratori, la nostra attenzione è massima su ciò che dobbiamo dire e non è altrettanto sul come dire. È uno degli aspetti che rilevo maggiormente nei casi di Business coaching, quando a chiedere aiuto sono manager e dirigenti, cioè tutte quelle figure che per ruolo professionale devono coordinare ed indirizzare altre persone.
È il caso di questo articolo, in cui un manager si sente poco riconosciuto dai collaboratori, ma non sa che il primo a sabotare la sua figura è proprio se stesso.

Facciamo tanta fatica per arrivare a ruoli apicali e quando ci siamo, noi stessi commettiamo errori che minano la nostra stessa credibilità.

Sergio, nome immaginario, è il manager che coordina uno dei reparti della produzione di prodotti di pelletteria per grandi griffe.
È un uomo di mezza età, simpatico e brillante. Ha anche avuto una certa fortuna, perché l’azienda in cui lavora è della famiglia della moglie. Anche lei è in azienda e nei fatti è il suo responsabile, anche se il rapporto tra loro è di così elevata collaborazione, che nessuno dei due ha mai sentito la difficoltà del lavorare con il coniuge.

Sergio è entrato in azienda quando già esisteva la relazione sentimentale con l’allora figlia del titolare e nel giro di pochi anni dal suo ingresso è diventato responsabile del reparto del taglio della pelle. È un reparto composto da una decina di uomini di età anagrafica mista.

Business coaching – Se le relazioni con i dipendenti sono spinose

Sergio racconta le difficoltà che incontra quotidianamente nel posto di lavoro e, dopo aver introdotto la situazione generale, a fatica entra negli ambiti che a lui stanno più a cuore e che sono per lui particolarmente spinosi.
Sono le relazioni con le persone che coordina. Parliamo di alcuni dipendenti con cui ha un buon rapporto ed ai quali è facile chiedere e fare osservazioni, perché sono collaborativi e non spigolosi.

Parliamo anche di soggetti che non lo riconoscono. Sergio si sente infatti poco riconosciuto da alcuni di questi soggetti. È arrivato al punto di avere timore a parlare con loro, tanto sono oppositivi, polemici, critici e perfino offensivi.
Si sente offeso, Sergio, da questo loro modo di fare e davvero è diventato un problema per lui doversi rivolgere a loro per dare le specifiche di come effettuare un nuovo lavoro.

Si vergogna di dover ammettere che fa fatica a parlare con alcuni di loro.
Cerca di sminuire l’impatto emotivo quando racconta queste situazioni, ma si vede che è profondamente ferito e lasciandogli il tempo di cui ha bisogno, rivela la rabbia che prova. Non nasconde che qualche volta avrebbe voluto prendere a pugni qualcuno, ma … ovviamente, non l’ha fatto.

Non può neanche appoggiarsi alla moglie a casa per sfogarsi, visto che lavorano nella stessa azienda.

Comprendere i propri punti deboli – Come dirigere un’azienda

Eppure Sergio non sa che chi ha innescato questo meccanismo è lui stesso. Infatti quando passiamo alle simulazioni del come dire al collaboratore più ostico nei suoi confronti, alcune specifiche del lavoro e che queste specifiche vanno realizzate entra pochi giorni, è lo stesso Sergio a rivelare il punto debole.

È il suo modo di parlare, tra para verbale e non verbale incoerenti rispetto al ruolo di responsabile che lui ha, che lo minano.
Non si vuole rendere conto di questo Sergio. Insiste a dire che lui pensa molto a cosa dire a questa persona, per essere il più puntuale e preciso possibile. Non sa Sergio, che lui stesso adotta un modo di parlare che mina il suo ruolo di responsabile.

Per fortuna è facile fare un video ora con il telefonino e dimostrargli quanto siano incoerenti i contenuti di ciò che dice rispetto al modo un po’ istrionico che adotta.

Sergio infatti non si è reso conto che, per tenere a bada l’ansia che il dover parlare a questo soggetto gli crea, adotta un modo di parlare quasi da giocoliere e saltimbanco. Ride, fa ironia su ciò che ha appena detto, e quindi ridendo è come se smentisse se stesso.
Questo avviene anche quando deve riprendere il dipendente e dare indicazioni nuove e “rigide”.

L’imbarazzo, la tensione e la vergogna che prova nel dover parlare a questo soggetto, gli fanno tenere atteggiamenti disfunzionali rispetto a ciò che deve ottenere, minando l’efficacia della sua leadership, che così risulta debole.

Coaching aziendale – Come diventare un buon capo

Sergio ristruttura velocemente il suo modo di comportarsi, ora che ha compreso l’errore e nel giro di pochi giorni ottiene già i primi risultati positivi.
Confessa che non si era proprio reso conto di essere lui stesso il fautore del primo errore ed ammette che ha fatto un po’ fatica a comprendere come mettere in pratica la coerenza tra le parole che dici (verbale) ed il come lo dici (para e non verbale) nella prima fase.

Gestire la propria leadership è un processo molto sofisticato, complesso e composto da molte variabili, tra cui il senso di autoefficacia, la propria comunicazione e la coerenza tra gli elementi che compongono la comunicazione.
Infine l’ulteriore difficoltà è che da soli è difficilissimo auto valutarsi e comprendere i comportamenti disfunzionali attivati. Oggi Sergio ha il suo nuovo stile.

Come dirigere bene l'azienda

Essere leader diventa incredibilmente difficile quando scopri di avere atteggiamenti di vergogna di fronte ai tuoi dipendenti. Vediamo questo caso reale per capirne di più riguardo le possibile strategie.
Devo chiedere un’altra attività ad un mio dipendente che già si lamenta. So di essere un titolare troppo morbido. So che dovrei essere più autoritario, ma a me non riesce proprio di imporre. Io chiedo. Forse anche troppo gentilmente. Forse dovrei essere più deciso e dare al dipendente meno possibilità di “trattare”. Il punto è che il dipendente già si lamenta del carico di lavoro che ha ed io devo aggiungere altro. Mi vergogno tanto e non so come fare.

 

Essere leader: come rapportarsi con i dipendenti

È Paolo a presentarsi così alla prima telefonata di contatto. Paolo ha uno studio affermato di consulenza. Uomo pacato e cortese, è chiaramente nel dubbio se deve cambiare il suo modo di rapportarsi ai dipendenti.

C’è dell’altro. Nella raffica di affermazioni che spara al telefono, al primo contatto, sente l’urgenza della risposta. È l’aspettativa di sapere subito quale sia la via giusta a tutta una serie di domande, che rappresentano i suoi dubbi.

Paolo non sa che non ci sono risposte giuste o sbagliate. Non sa che non ci sono soluzioni uniche per gestire situazioni.
Non sa ancora che non avrà dal Business coach una risposta ad ogni domanda tipo juke-box: metto il soldo, arriva la canzone. Fosse così, sarebbe facile: prendiamo il manuale più saggio in circolazione, lo leggiamo, mettiamo in pratica le indicazioni et voilà il gioco è fatto!

Non funziona così con gli essere umani: affascinanti, perché diversi, pur nella loro somiglianza.

 

Sentirsi inadeguati rispetto all’essere leader

Il tema che porta Paolo è molto più intimo e relativo a se stesso: è la vergogna che prova sul posto di lavoro, quando deve fare qualcosa che parte già in salita. Sa che sarà difficile ottenere. Sa che potrebbero esserci lamentele, rimostranze e perfino contestazioni. Sa che dovrà essere molto attento per riuscire nel gol, partendo da troppo lontano rispetto alla porta.

Così iniziamo a confrontarci su questo tema e l’iniziale timidezza di Paolo, il suo sentirsi in colpa, il suo sentirsi anche inadeguato rispetto al ruolo, emerge in tutta la sua dimensione e profondità.

Si sente davvero in difficoltà a dover dire al suo dipendente, che sa essere sovraccarico, che bisogna aggiungere altro. Non c’è proprio un’alternativa: non si può rinunciare a quell’attività e non ci sono altre persone a cui delegare. Perciò c’è solo questo dipendente da incaricare per questa iniziativa.

 

La gestione delle emozioni per essere un buon capo

È un uomo Paolo e, come tutti gli uomini, è molto controllato nella gestione delle emozioni.
Il carico emotivo della situazione lo noti dalla voce: tono di voce basso, quasi tremolante, il suono esce tentennando, quasi a ricercare ogni volta la soluzione immediata.
Non ha il coraggio di dichiarare il senso di vergogna che sente al lavoro, benché titolare, in situazioni simili. Eppure Paolo si vergogna a dover chiedere ancora e ancora.

Valutiamo con Paolo la situazione da diverse angolazioni: la sua, quella della sua azienda, quella del dipendente, quelle del cliente, che è il soggetto che trae vantaggio dall’iniziativa in questione.

Valutiamo anche alternative a questa iniziativa, tempistiche diverse e infine Paolo trova la sua soluzione.
Sorridendo ironicamente riconosce che il problema é più nella sua testa che non reale.
Ammette che nello sviluppo della conversazione ha intuito che il senso di vergogna è il suo e non del dipendente e che la pre-occupazione è lo stato emotivo che l’ha pervaso al solo immaginare la riunione con il dipendente.

I benefici del business coaching

È proprio questo il beneficio che si ricava da un percorso di Business coaching: la soluzione la trovi tu, con l’aiuto del coach che, con le domande opportune, ti aiuta ad identificare la via adeguata a te in un situazione specifica.

Se hai trovato interessante questo articolo, se ti rispecchia qualcosa che appartiene anche alle tue giornate lavorative, o se sai di persone che stanno vivendo difficoltà simili, allora chiamami o scrivi a info@lauramarinelli.it e ci confrontiamo sulla tua situazione.

Come essere un buon capo in azienda

Essere un buon capo è un’ambizione di molti dipendenti. Quando poi arriva il giorno in cui si diventa davvero l’amministratore dell’azienda, come dirigere un’azienda risulta essere uno scenario realmente complesso.

Il caso che ti racconto oggi riguarda proprio un neo capo alle prese con la seguente situazione.

Domandare che sia fatta un’attività e poi non chiederne il risultato. E se lo chiedi e non lo ottieni, che fai? Insisti o lasci perdere?
O magari lo fai tu, per non dover chiedere ancora? Quali sono le conseguenze di questi comportamenti? Meglio abbandonare la richiesta o insistere?

Quante volte perdi se dici di volere qualcosa dai tuoi dipendenti e poi non chiedi il risultato?
Leggi il caso di Antonio ed avrai elementi per riflettere sul cosa fare in situazioni di questo tipo.

 

La gestione dei dipendenti: provare a essere un buon leader

Antonio è il nome fittizio di uno dei soci di una società a responsabilità limitata, nata da pochi anni che ha preso il via velocemente, tanto da essere già numerosi i dipendenti che ci lavorano.
Mi contatta nel periodo delle festività natalizie. Racconta che avrebbe voluto telefonarmi tempo prima e poi, tra una cosa e l’altra, è passato un anno.
Racconta delle difficoltà che incontra nel gestire i dipendenti ed ammette che avrebbero potuto crescere molto di più, se non ci fossero alcune difficoltà all’interno del gruppo.

Sostiene Antonio, che i dipendenti sono poco autonomi nel gestire i clienti e le situazioni difficili che si presentano. Afferma che hanno poca iniziativa e che di fatto devono intervenire o lui o l’altro socio ogni volta.
Ammette che il fatturato avrebbe potuto crescere tanto di più, se la struttura interna fosse stata più collaborativa e intraprendente.

 

Essere un buon capo – Questione di scelte

È dispiaciuto Antonio. Sospetta che qualche scelta non adeguata deve averla fatta anche lui, visto che la situazione si protrae da tempo e non sono riusciti a venirne fuori.
Ha una voce triste e malinconica. È il tono di chi si sente in colpa per aver sbagliato qualcosa e contemporaneamente per aver perso delle occasioni favorevoli.
Crede di avere sbagliato proprio lui con il suo atteggiamento buono e remissivo.

 

Stili di leadership – Come fare il capo

Tuttavia Antonio ha una gran voglia di trovare una via per venirne fuori e quando parliamo degli stili di leadership che si possono adottare e della delega che inevitabilmente il titolare deve attuare, se non vuole essere lui il collo di bottiglia della propria azienda, torna ad essere ottimista e la voce riprende tono e coraggio.

Ora Antonio sa che si può trovare la via.
Si appassiona, diventa loquace e fa anche battute di spirito quando trova da solo la risposta alla domanda:

“Quante volte perdi se dici di volere qualcosa dai tuoi dipendenti e poi non chiedi il risultato?”

Già, cosa pensa il tuo dipendente se chiedi che venga fatta un’attività e non ti informi sul risultato? Penserà che ti sei dimenticato? Oppure penserà che non era così importante per cui … tanto vale non farla. E come pensi di essere percepito come titolare, se non chiudi il cerchio di ciò che vuoi e se è il dipendente a decidere se portare avanti o meno un’attività?

 

Il team coaching in azienda per diventare un buon capo

E visto che Antonio racconta che questo comportamento è tenuto da più dipendenti e non da uno solo, organizziamo le sessioni di Team coaching per i diversi progetti di lavoro.

Antonio partecipa ad ognuna di queste sessioni ed è proprio nella sessione di team coaching che Antonio sperimenta nuovi comportamenti da adottare nei confronti dei dipendenti. Trova il suo stile per appassionarli a nuovi progetti ed anche a spingerli a ricercare il miglioramento continuo nella gestione dei clienti.
Riesce a coinvolgerli in un nuovo stile di partecipazione, attento, propositivo ed intraprendente. Ora chiede ed ottiene. È superata la fase del chiedo e non ottengo.

 

Quando il capo si trasforma in un leader

E nel giro di poche settimane si vedono i risultati. Antonio inizia ad avere più tempo per pensare allo sviluppo dell’azienda, perché è meno coinvolto nella gestione quotidiana delle richieste dei clienti.
Arrivano meno telefonate di lamentele dagli acquirenti. I dipendenti riescono a risolvere autonomamente molte più situazioni e sono anche più cooperativi tra di loro.

A volte ci sfugge il valore che gli altri possono dare ad alcuni nostri comportamenti. Il risultato è che, anche se sei il titolare, non ottieni ciò che vorresti. Chiedi più volte e continui a non ottenere.
Se la situazione persiste e vuoi modificarla, scrivi a info@lauramarinelli.it e valutiamo come procedere.